terça-feira, 3 de dezembro de 2019

Entrevista de Oriana Fallac a Alessandro Panagulis

*  Oriana Fallaci e  Alessandro Panagulis


Da Intervista con la storia, 1974

Atene, settembre 1973
Quel giorno aveva il volto di un Gesù crocifisso dieci volte e sembrava più vecchio dei suoi trentaquattro anni. Sulle sue guance pallide si affondavano già alcune rughe, tra i suoi capelli neri spiccavano già ciuffi bianchi, e i suoi occhi eran due pozze di malinconia. O di rabbia? Anche quando rideva, non credevi al suo ridere. Del resto era un ridere forzato e che durava poco: quanto lo scoppio di una fucilata. Subito le sue labbra tornavano a serrarsi in una smorfia amara e in quella smorfia cercavi invano il ricordo della salute e della gioventù. La salute l’aveva persa, insieme alla gioventù, il momento in cui era stato legato per la prima volta al tavolo delle torture e gli avevano detto: «Ora soffrirai tanto che ti pentirai d’essere nato». Ma capivi subito che non si pentiva d’essere nato: non se n’era mai pentito e non se ne sarebbe mai pentito. Capivi subito che era uno di quegli uomini per cui anche morire diventa una maniera di vivere, tanto spendono bene la vita. Né le sevizie più atroci, né la condanna a morte, né tre notti trascorse in attesa della fucilazione, né il carcere più disumano, cinque anni dentro una cella di cemento di un metro e mezzo per tre, l’avevano piegato. Due giorni prima, uscendo da Boiati con la grazia che Papadopulos aveva concesso insieme all’amnistia per trecento prigionieri politici, non aveva detto una sola parola che gli servisse ad esser lasciato in pace. Anzi aveva dichiarato, sprezzante: «Non l’ho chiesta io, la grazia. Me l’hanno imposta loro. Io son pronto a tornare in prigione anche subito». Infatti chi gli voleva bene temeva per la sua incolumità quanto e più di prima. Fuori del carcere era troppo scomodo pei colonnelli. Le tigri in libertà sono sempre scomode. Alle tigri in libertà si spara. Oppure gli si tende una trappola per richiuderle in gabbia. Quanto a lungo sarebbe rimasto all’aria aperta? Ecco la prima cosa che pensai quel giovedì 23 agosto 1973 vedendo Alessandro Panagulis.
Alessandro Panagulis. Alekos per gli amici e per la polizia. Nato nel 1939 ad Atene da Atena e Basilio Panagulis colonnello dell’esercito e pluridecorato nella guerra dei Balcani, nella prima guerra mondiale, nella guerra contro i turchi in Asia Minore, nella guerra civile fino al 1950. Secondogenito di tre fratelli straordinari, democratici e antifascisti. Fondatore e capo di Resistenza Greca, il movimento che i colonnelli non riuscirono mai a distruggere. Autore dell’attentato che per un pelo, il 13 agosto 1967, non costò la vita a Papadopulos e la fine della Giunta. Per questo lo arrestarono, lo seviziarono, lo condannarono a morte: pena da lui stesso sollecitata in un’apologia che per due ore tenne i giudici col fiato sospeso. «Voi siete i rappresentanti della tirannia e so che mi manderete dinanzi al plotone di esecuzione. Ma so anche che il canto del cigno di ogni vero combattente è l’ultimo singulto dinanzi al plotone di esecuzione.» Quel processo indimenticabile. Non s’era mai visto un accusato trasformarsi in accusatore, così. Giungeva in aula con le mani ammanettate dietro la schiena, i poliziotti gli toglievano le manette e lo serravano in una morsa cieca agguantandolo alle spalle, alle braccia, alla vita, ma lui balzava in piedi lo stesso, con l’indice teso, a gridare il suo sdegno. Non lo giustiziarono per non farne un eroe. E va da sé che lo divenne ugualmente perché morire, a volte, è più facile che vivere come viveva lui. Lo trasportavano da una prigione all’altra dicendo: «Il plotone di esecuzione ti aspetta». Entravano nella sua cella e lo massacravano di botte. E per undici mesi lo tennero ammanettato, giorno e notte, malgrado i polsi gli fossero andati in putrefazione. A periodi, poi, gli impedivano di fumare, di leggere, di avere un foglio e una matita per scrivere le sue poesie. E lui le scriveva lo stesso, su minuscoli fogli di cartavelina, usando il suo sangue per inchiostro. «Un fiammifero per penna / sangue gocciolato in terra per inchiostro / l’involto di una garza dimenticata per foglio / Ma cosa scrivo? / Forse ho solo il tempo per il mio indirizzo / Strano, l’inchiostro s’è coagulato / Vi scrivo da un carcere / in Grecia.» Riusciva anche a mandarle fuori dalla prigione, quelle belle poesie scritte col sangue. Il suo primo libro aveva vinto il Premio Viareggio ed era ormai un poeta riconosciuto, tradotto in più di una lingua, e sul quale si scrivevano saggi, analisi concettose da storia della letteratura. Ma più che un poeta era un simbolo. Il simbolo del coraggio, della dignità, dell’amore per la libertà. E tutto questo mi turbava, ora che me lo trovavo dinanzi. Come si saluta un uomo che è appena uscito da una tomba? Come si parla a un simbolo? E mi mordevo le unghie, nervosa: me ne ricordo perfettamente. Me ne ricordo perché di quel giovedì 23 agosto ricordo tutto. Lo sbarco ad Atene. Il timore di non trovarlo sebbene gli avessi fatto annunciare il mio arrivo. La ricerca di via Aristofanos, nel quartiere di Glifada, dov’era la sua casa: il tassista che finalmente scorge la villetta e si mette a gridare facendosi il segno della croce. Il pomeriggio afoso, i miei vestiti appiccicati al corpo. La folla dei visitatori che gremisce il giardino, la terrazza, ogni angolo della villetta. Gli altri giornalisti, le voci, le spinte. E lui che siede nel mezzo del caos con quel volto di Cristo.
Aveva un’aria molto stanca, anzi esausta. Però appena mi vide si alzò, col balzo di un gatto, e corse ad abbracciarmi come se mi conoscesse da sempre. Se non mi conosceva da sempre, del resto, ci conoscevamo già. Nei periodi in cui gli consentivan di leggere qualche giornale, mi avrebbe narrato, gli avevo fatto compagnia coi miei articoli. E lui mi aveva fatto coraggio col semplice fatto di esistere, essere ciò che era. Così la preoccupazione di dover fronteggiare un simbolo anziché un uomo svanì. Restituii l’abbraccio dicendo «ciao», lui replicò «ciao» e non vi furono altre parole di benvenuto o felicitazione. Semplicemente aggiunsi: «Ho ventiquattr’ore per stare ad Atene e preparar l’intervista. Subito dopo devo partire per Bonn. C’è un angolo dove si possa lavorare tranquilli?». Annuì in silenzio e poi, solcando la folla dei visitatori, mi condusse in una stanza dov’eran molte copie di un mio libro in greco. Oltre a quelle c’era un mazzo di rose rosse che mi aveva mandato fino all’aeroporto e che poi erano tornate indietro perché l’amico incaricato di ricevermi non m’aveva trovato. Commossa, ringraziai bruscamente. Ma lui capì il tono brusco perché, per un attimo, la malinconia gli scomparve dagli occhi e le sue pupille ebbero un lampo di divertimento che mi smarrì di nuovo. Era un lampo che ti faceva intuire una selva di tenerezze e furori in contrasto fra loro, un’anima senza pace. Sarei riuscita a capire quell’uomo?
Cominciammo l’intervista. E immediatamente mi colpì la sua voce che era seducentissima, dal timbro fondo, quasi gutturale. Una voce per convincer la gente. Il tono era autorevole, calmo: il tono di chi è molto sicuro di sé e non ammette repliche a ciò che dice in quanto non ha dubbi su ciò che dice. Parlava, ecco, come un leader. Parlando fumava la pipa che praticamente non staccava mai dalla bocca. Così avresti detto che la sua attenzione era concentrata su quella pipa, non su di te, e questo gli conferiva una certa durezza che intimidiva perché non si trattava di una durezza recente, cioè maturata dagli strazi fisici e morali, bensì di una durezza nata con lui: grazie alla quale aveva potuto vincere gli strazi fisici e morali. Allo stesso tempo era premuroso, gentile, e restavi come smarrito quando, con virata improvvisa, sai la virata di un motoscafo che procede dritto e di colpo si gira per tornare indietro, tanta durezza si rompeva in dolcezza: struggente come il sorriso di un bimbo. Il modo in cui ti versava la birra, ad esempio. Il modo in cui ti toccava una mano per ringraziarti di un’osservazione. Ciò gli cambiava i lineamenti del volto che, non più doloroso, diventava indifeso. Di volto non era bello: con quegli occhi piccoli e strani, quella bocca grande e ancora più strana, quel mento corto, infine quelle cicatrici che lo sciupavano tutto. Alle labbra, agli zigomi. Eppure ben presto ti sembrava quasi bello: di una bellezza assurda, paradossale, e indipendente dalla sua anima bella. No, forse non lo avrei mai capito. Decisi da quel primo incontro che l’uomo era un pozzo di contraddizioni, sorprese, egoismi, generosità, illogicità che avrebbero sempre chiuso un mistero. Ma era anche una fonte infinita di possibilità e un personaggio il cui valore andava oltre quello del personaggio politico. Forse la politica rappresentava solo un momento della sua vita, solo una parte del suo talento. Forse, se non lo avessero ammazzato presto, se non lo avessero rimesso in gabbia, un giorno avremmo sentito parlare di lui per chissà quali altre cose.
Quante ore restammo nella stanza coi libri e coi fiori a parlare? È l’unico particolare che non ricordo. Non ti accorgi del tempo che passa se ascolti ciò che narrava lui. La storia delle torture, anzitutto, l’origine delle sue cicatrici. Ne aveva dappertutto, mi disse. Mi mostrò quelle sulle mani, sui polsi, sulle braccia, sui piedi, sul costato. Qui stavano esattamente dove stanno le ferite di Cristo: all’altezza del cuore. Gliele avevano inflitte alla presenza di Costantino Papadopulos, il fratello di Papadopulos, con un tagliacarte scheggiato. Però me le mostrava con distacco, nessuna autocommiserazione: lo irrigidiva un autocontrollo eccezionale, quasi crudele. Tanto più crudele quando ti accorgevi che i suoi nervi non erano usciti intatti dai cinque anni d’inferno. E questo lo raccontavano i suoi denti quando mordeva la pipa, lo raccontavano i suoi occhi quanto si appannavano in lampi di odio o di muto disprezzo. Pronunciando il nome dei suoi seviziatori, infatti, si isolava in pause impenetrabili e non rispondeva nemmeno a sua madre che entrava chiedendo se volesse ancora una birra o un caffè. Sua madre entrava spesso. Era vecchia, vestita di nero come le vedove che in Grecia non abbandonano il nero, e il suo viso era una ragnatela di rughe profonde come i suoi dolori. Il marito morto di crepacuore mentre Alekos era in prigione. Il figlio maggiore scomparso. Il terzo figlio in prigione. Del resto era stata in prigione anche lei, per quattro mesi e mezzo. Ma nemmeno lei eran riusciti a piegare. Né con le minacce né con i ricatti. In una lettera a un giornale di Londra, una volta aveva scritto dei figli: «Gli alberi muoiono in piedi». Gli alberi erano i suoi figli. Un albero era morto quasi sei anni prima: Giorgio.
Da quasi sei anni nessuno sapeva più nulla di Giorgio, il fratello maggiore che aveva seguito la carriera del padre raggiungendo il grado di capitano. Nell’agosto del 1967 Giorgio aveva rifiutato di restar nell’esercito greco e, come Alekos, aveva disertato. Attraverso il fiume Evros era fuggito in Turchia dove aveva raggiunto Istanbul per cercare asilo presso l’ambasciata italiana. Per nostra vergogna, l’ambasciata italiana gli aveva negato l’asilo: tergiversando sulla necessità di informare il governo turco, poi il governo italiano, poi non si sa chi. Giorgio era fuggito di nuovo, stavolta in Siria, e a Damasco s’era ancora rivolto all’ambasciata italiana che s’era comportata nello stesso modo. Tuttavia un’ambasciata più degna, un’ambasciata scandinava, lo aveva ospitato e qui era rimasto un mese: fino al giorno in cui era uscito per strada e la polizia siriana lo aveva scoperto senza passaporto. Fuggito anche alla polizia siriana, aveva raggiunto il Libano. Dal Libano avrebbe voluto imbarcarsi per l’Italia, ma non lo aveva fatto perché i paesi arabi riconoscevano la Grecia dei colonnelli. Aveva preferito entrare in Israele, paese che con la Grecia dei colonnelli non aveva rapporti diplomatici, per recarsi in Italia imbarcandosi a Haifa. E a Haifa, invece, gli israeliani lo avevano arrestato. Giorgio s’era fidato di loro, aveva detto chi era, e loro lo avevano arrestato: per consegnarlo al governo greco. Non gli avevano dedicato nemmeno un processo. Semplicemente, lo avevano caricato su una nave greca che faceva la spola tra Haifa e il Pireo: l’Anna Maria. E a questo punto si perdevano le sue tracce. Sembra che Giorgio fosse ancora nella cabina prima che la nave entrasse nel tratto di mare compreso tra Egira e il Pireo. Ma, quando la nave s’era avvicinata al porto, la cabina era vuota. Fuggito saltando giù dall’oblò? Scaraventato da qualcuno fuori dall’oblò? Il suo corpo non sarebbe stato mai ritrovato. Ogni tanto il mare restituiva un cadavere, le autorità convocavano Atena per vedere se lo riconoscesse, e Atena rispondeva: «No, non è mio figlio Giorgio».
A una certa ora della notte interrompemmo l’intervista. La folla dei visitatori s’era dispersa e Atena m’aveva offerto ospitalità per la notte. Aveva preparato anche il pranzo, sulla tovaglia migliore. Alekos appariva meno teso, meno solenne, e presto schiuse una porta delle sue infinite sorprese: lasciandosi andare a una conversazione scherzosa. Definiva la sua cella, ad esempio, “la mia villa di Boiati”, e la descriveva come una villa lussuosissima, con piscine aperte e scoperte, campi da golf, cinema privati, scintillanti saloni, uno chef che comprava il caviale fresco in Iran, le odalische che danzavano e lucidavano le manette. In un tal paradiso, una volta, aveva fatto lo sciopero della fame “perché il caviale non era fresco e non era grigio”. E poi, con lo stesso tono, illustrava la sua “arcinota amicizia” con Onassis, Niarcos, Rockefeller, Henry Kissinger, o descriveva i “suoi jet personali”, lo yacht che il giorno avanti aveva “prestato ad Anna d’Inghilterra”. Ed io non credevo ai miei occhi, ai miei orecchi. Possibile che nella tomba di cemento egli fosse riuscito a salvare il suo humour, la capacità di ridere? Possibile, anzi indiscutibile. Però, quando dopocena riprendemmo a parlare per l’intervista, Alekos tornò ad essere serio ed a mordere nervosamente la pipa. Parlammo, stavolta, fino alle tre del mattino e, alle tre e mezzo, caddi esausta sul letto che m’avevano preparato nel soggiorno. Sopra il letto c’era la fotografia di Basilio, nella sua uniforme di colonnello, e la cornice grondava medaglie d’oro, d’argento, di bronzo: testimonianza delle varie campagne combattute fino al 1950. Accanto al letto, invece, una fotografia di Alekos quando era studente di ingegneria al Politecnico e membro del Comitato centrale della Federazione giovanile del partito «Unione di Centro». Un visino intelligentissimo e arguto, a quel tempo privo di baffi, che non mi aiutava a penetrare un mistero. Allora ricordai d’aver visto, nella stanza accanto, le fotografie dei due fratelli bambini. Mi alzai e le studiai. Quella di Giorgio raccontava un bambino elegante e compunto, educatamente seduto su un velluto rosso. Quella di Alekos invece mostrava un tigrotto dal cipiglio arrabbiato e che, ritto sul velluto rosso, in un annuncio di indipendenze anarchiche, sembrava dire: “No e poi no! Seduto su quel coso io non ci sto!”. Il costumino di maglia pendeva sbrindellato a dimostrare che del suo aspetto esteriore lui se ne fregava dunque era inutile che la mamma lo rimproverasse, lo pregasse, lui faceva lo stesso ciò che voleva. E, quasi a dimostrare ogni rifiuto ai consigli, agli ordini, agli interventi altrui, la manina destra si appoggiava, con orgoglio e provocazione, sul fianco; la sinistra reggeva i pantaloncini nel punto in cui un bottone era schizzato via. Quanto rimasi a studiare quelle fotografie? Questo, davvero non lo ricordo. Però ricordo che a un certo punto la mia attenzione fu attratta da un’altra cosa: un oggetto rettangolare e coperto di polvere. E lo presi in mano con la sensazione di penetrare un segreto, e scoprii che era una Bibbia del seicento, con un documento che ne attribuiva la proprietà ad Alekos Panagulis. Ma era un documento vecchio di trecent’anni e questo Alekos era un bisnonno che aveva combattuto come guerrigliero contro i turchi. Avrei saputo più tardi che, dal 1600 al 1825, la famiglia Panagulis non aveva fornito che eroi. Alcuni si chiamavano Jorgos, cioè Giorgio, come il giovane Jorgos che era morto nella battaglia di Faliero nel 1823. Ma la maggior parte di essi si chiamava Alekos.
L’indomani partii per Bonn. E va da sé che non fu una partenza definitiva. Accompagnandomi all’aeroporto, Alekos m’aveva fatto promettere che sarei tornata e, pochi giorni dopo, quando lui era ricoverato all’ospedale, tornai: scoprendo cose che aiutavano un poco a diradare i segreti della sua inafferrabile personalità. La lunga poesia, anzitutto, che m’avrebbe dedicato. Si intitolava Viaggio e narrava di una nave partita per un viaggio senza soste, una nave che non cedeva mai alla tentazione o al bisogno di attraccare in un porto, di avvicinarsi a una riva, di gettare l’àncora insomma. La ciurma lo reclamava, a volte lo implorava, ma il comandante le resisteva come alla tempesta: continuando a inseguire una luce. La nave era lui, Alekos. Ed anche il comandante era lui, anche la ciurma. Il viaggio era la sua vita. Un viaggio che si sarebbe concluso soltanto con la morte perché l’àncora non sarebbe mai stata gettata. Né l’àncora degli affetti, né l’àncora dei desideri, né l’àncora di un meritato riposo. E nessun ragionamento, nessuna lusinga, nessuna minaccia avrebbe potuto indurlo al contrario. Così, se credevi a quella nave, se tenevi a quella nave, non dovevi cercar di trattenerla, fermarla col miraggio di sponde verdi, paradisi terrestri. Dovevi lasciarla andare per il pazzo viaggio che s’era scelto e che, nella selva delle sue contraddizioni, era il punto fermo di una coerenza assoluta. «Anche Ulisse alla fine si riposa. Raggiunge Itaca e si riposa» osservai dopo avere letto la poesia. E lui mi rispose: «Povero Ulisse». Poi mi porse un’altra poesia che incominciava così: «Quando sbarcasti a Itaca / quale infelicità avrai provato, Ulisse / Se altra vita avevi dinanzi / perché arrivare tanto presto?». Credo di essergli diventata veramente amica quel giorno, ascoltandolo all’ospedale. Infatti mi recai altre volte ad Atene e pazienza se, ogni volta, le autorità greche erano meno contente. Pur non osando negarmi il permesso di entrata, la polizia di frontiera riempiva per me fogli che non riempiva mai per nessuno e, durante il mio soggiorno ad Atene, si occupavano scrupolosamente della mia persona. Cosa non difficile, visto che abitavo nella casa di via Aristofanos dove il telefono era controllato e dove quattro poliziotti in uniforme, chissà quanti altri in borghese, sorvegliavano ogni porta, ogni finestra, la stessa strada, ventiquattro ore su ventiquattro.
Psicologicamente, era come se Alekos fosse ancora in prigione ed io ci fossi entrata con lui. Una volta mi accompagnò a Creta, per cinque giorni. E per cinque giorni fummo costantemente seguiti, spiati, provocati. Ad Heraclion, dov’eravamo andati per visitare Cnosso, le automobili della polizia ci tamponavano a mezzo metro di distanza. Entravamo in un ristorante a mangiare e loro si piazzavano lì, ad aspettarci. Entravamo in un museo e loro si piazzavano lì, ad aspettarci. Spesso, poi, ce le vedevamo venire incontro dalla direzione opposta perché eran forniti di radio e si davano il cambio. Un incubo. All’aeroporto di Xania venni insultata da un agente in borghese. Sull’aereo che ci riportava ad Atene fummo relegati negli ultimi due sedili e tenuti sotto controllo per l’intero viaggio. Di nuovo ad Atene, non potevamo permetterci il piacere di una cena al Pireo senza che un poliziotto ci raggiungesse, ben presto, per starci alle calcagna. Ci tormentarono perfino ai funerali di un ministro democratico morto per infarto cardiaco e, inutile dirlo, Papadopulos non mi concesse mai l’intervista che secondo l’ambasciata greca di Roma sembrava disposto a darmi. Peccato. Sarebbe stato divertente chiedere al signor Papadopulos cosa intendeva per democrazia. Ed anche per amnistia. Sarebbe stato ancor più divertente narrargli che, ovunque andasse, Alekos era accolto come un eroe nazionale. La gente lo fermava per strada abbracciandolo e magari tentando di baciargli la mano. I tassisti lo facevan salire anche nei punti proibiti. Gli automobilisti fermavano il traffico per salutarlo. E non di rado, nei bar, non volevano che pagasse il conto. Insomma erano tutti per lui e con lui, solo chi era al servizio dei colonnelli era contro di lui. Ed io seguivo lo straordinario fenomeno comprendendo finalmente un poco la difficile creatura che ne era oggetto. Intuendone meglio, ad esempio, i disgusti e le infelicità, la sete di una pace che non sarebbe mai giunta e che si manifestava attraverso esplosioni di collera disperata e disperante, o inutili audacie, o telefonate rabbiose all’uomo forte del regime, Joannidis, per sfidarlo ad arrestarlo di nuovo. Oppure seguendone le astuzie da Ulisse, le fulminanti intuizioni da Ulisse cui assomigliava sempre di più in ogni senso. E le lacrime che gli riempivano gli occhi quando guardava l’Acropoli, simbolo per lui di tutto ciò in cui credeva. E i suoi silenzi cupi. E gli slanci di allegria che lo scuotevano tutto in una gioventù ritrovata per qualche ora, per qualche minuto. E le improvvise risate di fanciullo, gli imprevedibili scherzi subito cancellati da quei suoi voltafaccia d’umore. E il pudore esagerato, anzi puritano, che opponeva alle donne quando gli si offrivano con biglietti amorosi, inviti aperti, strattagemmi volpini. Del resto, sia delle sue avventure passate come dei suoi sentimenti presenti non confidava mai nulla a nessuno: “Un uomo serio non lo fa”. Timido, testardo, orgoglioso, era mille persone dentro una persona sola che non potevi mai rinunciare ad assolvere. Che gioia udirlo dire, a proposito del suo attentato: «Io non volevo uccidere un uomo. Io non sono capace di uccidere un uomo. Io volevo uccidere un tiranno».
Nel frattempo, egli aveva chiesto il passaporto. Ma nemmeno ottenere i documenti necessari alla richiesta gli era stato facile. A qualsiasi ufficio si rivolgesse trovava ostacoli sordi, kafkiani. Presso il comune di Glifada, ad esempio, non risultava che fosse nato. Improvvisamente il suo nome mancava dai registri. C’era il nome di Atena e il suo no. Lui ne rideva, con malcelata amarezza: «Non sono nato, vedi. Non sono mai nato». Ma una mattina tornò saltando di gioia e: «Sono nato! Sono nato!». Chissà perché avevan cambiato idea. Sette giorni dopo, era un lunedì, gli dettero il passaporto: valido per un solo viaggio di andata e ritorno. E tre ore più tardi partimmo, su un aereo dell’Alitalia, diretti a Roma. Ma nemmeno la partenza fu una partenza civile. Superata la dogana, la polizia di frontiera, la perquisizione, scendemmo nella sala d’attesa e immediatamente una nuvola di poliziotti in borghese ci circondò: provocatoria. Poi il volo venne chiamato e raggiungemmo la porta numero due. Porgemmo le nostre carte d’imbarco. Ci spinsero indietro. «Perché?» chiese Alekos. Silenzio. «Abbiamo un passaporto regolare e una carta di imbarco regolare. E abbiamo completato tutte le formalità.» Silenzio. Tutti gli altri passeggeri eran passati, saliti sull’autobus, scesi dall’autobus, entrati a bordo dell’aereo. L’aereo non aspettava che noi. E noi non potevamo avvicinarci nemmeno alla scaletta. Quel che è peggio, non ci veniva data alcuna spiegazione, né veniva data agli impiegati dell’Alitalia che ci scortavano come VIP. Dieci minuti, quindici, venti, venticinque, trenta... Non ho ancora capito perché, trascorsi trenta minuti, ci permisero di andare a bordo. Forse avevano telefonato al capo della Pubblica Sicurezza. Forse costui aveva informato Papadopulos e Papadopulos aveva deciso che non conveniva, anche internazionalmente, commetter l’errore di impedirgli la partenza all’ultimo momento. Ma non ho capito un’altra cosa: non ho capito perché, chiusi gli sportelli, l’aereo fu bloccato per altri quaranta minuti lì sulla pista. Non c’erano problemi con la torre di controllo quel giorno. C’era soltanto un grande imbarazzo a bordo. Un imbarazzo che sparì, tuttavia, quando fummo in cielo. Il cielo più azzurro del mondo.

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Quel che accadde dopo è un altro libro perché Alekos divenne il compagno della mia vita e un grande amore ci unì fino al giorno della sua morte che avvenne la notte del Primo maggio 1976 quando egli fu ucciso con un simulato incidente automobilistico, presto gabellato dal Potere come una banale disgrazia. Tuttavia, per capire meglio l’intervista che segue e alla quale egli teneva molto, sarà utile conoscere gli avvenimenti principali che costituirono l’ossatura della sua esistenza dal momento in cui quell’aereo giunse a Roma al momento in cui lo ammazzarono. Eccoli.
Dopo aver lasciato la Grecia con me, Alekos scelse l’Italia come base politica e geografica della sua lotta. Qui avevamo la casa che avremmo mantenuto per anni, da qui partiva per i suoi viaggi in Francia, in Germania, in Svezia, ed anche in patria dove rientrò varie volte, durante l’esilio, clandestinamente: mai rintracciato dalla polizia di Joannidis. Nel novembre del 1973 la rivolta del Politecnico e il massacro degli studenti avevano provocato un golpe nel golpe: Joannidis aveva esautorato Papadopulos mettendolo agli arresti ed autoeleggendosi padrone indiscusso della Grecia. Il primo nemico di Alekos era diventato dunque Joannidis ed era Joannidis che ora sfidava, con spavalderia suicida, appena scendeva all’aeroporto di Atene con un passaporto falso. Joannidis lo sapeva e cercava Alekos, ogni volta, ma invano. Come una Primula Rossa, Alekos riusciva a passare attraverso le maglie della polizia e prima di lasciare il paese si divertiva addirittura a spedirgli una cartolina di beffardi saluti. Ad Atene restava poco, del resto: dalle ventiquattro alle quarantott’ore, il tempo di organizzare i compagni o di far scoppiare qualche bomba dimostrativa. Aveva ricostituito l’organizzazione Resistenza Ellenica dando particolare importanza al gruppo denominato Laos, Popolo. Con questo gruppo effettuava le azioni più pericolose, attento però a non spargere sangue di innocenti: nessuna bomba fece mai una vittima. In Europa invece agiva attraverso gli emigrati, i partiti democratici, la stampa, la radio, la televisione e i rapporti coi partiti socialisti cui era ovviamente legato. Questo durò fino all’estate del 1974 quando la Giunta cadde travolta dai suoi errori e dalle sue incapacità. Papadopulos era stato un dittatore furbo, non privo di senso politico, Joannidis era un soldato ignorante che di politica capiva ben poco. Illudendosi di annettere Cipro alla Grecia, fece rovesciare Makarios che per puro miracolo sfuggì all’assassinio e ciò portò all’invasione turca dell’isola. Poi, mentre la Grecia era sull’orlo della guerra con la Turchia, indusse la Giunta ad abdicare e, con decisione insieme disperata e paradossale, consegnò il governo agli stessi oppositori che nel 1967 Papadopulos aveva travolto. Karamanlis rientrò ad Atene per fare un governo di emergenza, la democrazia venne formalmente ristabilita.
In quegli undici mesi con Alekos m’ero sempre chiesta come egli avrebbe reagito se la dittatura fosse caduta, ed ammesso che non lo uccidessero prima. Secondo me, infatti, la politica era solo un aspetto del suo straordinario talento e della sua travolgente personalità. Esistevano in lui le stigmate del tribuno e del leader, è vero, e non era facile che vi rinunciasse: però a mio avviso il suo valore nasceva da una vocazione letteraria, la sua vena autentica era la vena poetica. Non a caso amava ripetere: «La politica è un dovere, la poesia è un bisogno». Pensavo insomma che le sue abilità di tribuno e di leader si manifestassero bene nelle situazioni di emergenza, meno bene nella normalità democratica. E un dubbio simile dovette colpire anche lui perché, con mia sorpresa, dopo il ritorno di Karamanlis, non rientrò subito in Grecia. Si decise a farlo soltanto il 13 agosto, anniversario del suo attentato a Papadopulos. Il ritorno lo restituì al suo destino di combattente e lo esiliò dalla letteratura. Ad Atene si preparavano le elezioni politiche. Il Partito dell’Unione di Centro gli offrì subito un posto di candidato. Accettò e, per la magica coincidenza di date che sempre accompagnò le tappe della sua vita, compresa la data della sua morte, venne eletto proprio il 17 novembre: anniversario della condanna alla fucilazione cui era sfuggito nel 1968. E va da sé che la vittoria lo esaltò pochissimo: una settimana dopo era già in Italia dove avrebbe continuato a tornare con frequenza ostinata, fedele, e che avrebbe sempre considerato la sua seconda patria. Parlava l’italiano molto correttamente. Lo scriveva quasi senza errori. Da italiano si vestiva e mangiava. Con mobili italiani aveva arredato il suo appartamento ateniese facendone la replica esatta della nostra casa a Firenze.
In Parlamento Alekos si rivelò presto il deputato più battagliero. Non dava requie a nessuno, meno che mai al ministro della Difesa Evanghelis Tositsas Averoff: uomo che col passato regime aveva avuto contatti non chiari. La potenza di Averoff superava quella di Karamanlis perché si appoggiava all’esercito e perché dall’esercito veniva il pericolo di un nuovo colpo di Stato. Alekos lo riteneva una minaccia per il paese e quando chiedeva la parola era sempre per accusarlo in quel senso. Conosceva infatti l’esistenza di documenti che provavano l’ex-collaborazionismo di Averoff e i motivi per cui egli non aveva mai epurato i generali, i colonnelli, i capitani messi al comando durante la tirannia. Tali documenti erano custoditi negli archivi dell’EATESA, la polizia militare, misteriosamente scomparsi con la caduta della Giunta. Per tutto il 1975, senza che nessuno lo sapesse, l’attività principale di Alekos consistette nella ricerca di tali archivi. E i processi contro Papadopulos, Makarezos, Pattakos, Joannidis, gli altri esponenti della Giunta, poi contro i torturatori come Theofiloyannakos e Hazizikis, lo aiutarono in certo senso a mantenere il segreto perché distrassero l’attenzione di tutti. Di Alekos, in quei mesi, si parlò soltanto per l’atteggiamento nobile che tenne verso gli imputati. Si batté infatti perché Papadopulos e gli altri non fossero condannati a morte: «In tempo di dittatura il tirannicidio è un dovere, in tempo di democrazia il perdono è una necessità. La giustizia non si ottiene scavando tombe». Fu molto generoso quando depose contro Theofiloyannakos che lo aveva seviziato con tanta ferocia: la sua testimonianza durò appena quaranta minuti e si rifece solo agli episodi più gravi, esposti con freddezza e distacco. Giunse a dichiarare che i suoi nemici, ormai, non erano gli ex-aguzzini in catene ma gli equivoci esponenti del nuovo potere.
Nei primi mesi del 1976 Alekos entrò in possesso degli archivi dell’ESA e in particolare dei documenti che cercava. Ne trovò anche contro un deputato che militava nel suo partito, Demetrio Tzatzos. Ciò contribuì alla sua decisione di lasciare l’Unione di Centro, restare in Parlamento come indipendente di sinistra. Ma l’orgogliosa solitudine in cui da quel momento si chiuse centuplicò i pericoli che incombevano da sempre su lui. Era diventato l’uomo più scomodo di Grecia. Sapeva troppo sui padroni di una democrazia falsa e vacillante. E, al solito, era troppo coraggioso per lasciarsi intimorire. Andava eliminato. Lo eliminarono la vigilia della consegna degli archivi in Parlamento. Istigata da Averoff, la magistratura ne aveva proibito la pubblicazione. Ad Alekos non restava perciò che consegnarli a Karamanlis, in Parlamento, con un gesto che facesse scalpore. Questo doveva avvenire lunedì mattina 3 maggio. La notte tra venerdì e sabato Primo maggio, mentre andava a dormire a casa della madre a Glifada, due automobili presero a inseguirlo. In via Vouliagmeni una gli si affiancò a gran velocità e, con un’abile manovra di testa-coda, lo scaraventò fuori strada. Morì quasi sul colpo. Ai suoi funerali parteciparono un milione e mezzo di persone.
Ma questo, ripeto, è un altro libro. Qui serviva esclusivamente chiarire le tappe più importanti della sua vita dopo l’intervista. Un’intervista che va ben oltre l’autoritratto dell’uomo che amai, che mi amò, che amo. A quattro anni di distanza, infatti, non posso fare a meno di considerarla una specie di testamento spirituale, una spiegazione di ciò che Alekos cercò sempre invano. Perché ciò che egli cercava, che ogni creatura degna d’essere nata dovrebbe cercare, non esiste. È un sogno che si chiama libertà, che si chiama giustizia. E piangendo bestemmiando soffrendo noi possiamo solo rincorrerlo dicendo a noi stessi che quando una cosa non esiste la si inventa. Non abbiamo fatto lo stesso con Dio? Non è forse il destino degli uomini quello di inventare ciò che non esiste e battersi per un sogno?

ORIANA FALLACI. Non hai un aria felice, Alekos. Ma come? Sei finalmente fuori da quell’inferno e non sei felice?
ALESSANDRO PANAGULIS. No, non lo sono. So che non mi crederai, so che questo ti sembrerà impossibile, assurdo, ma io mi sento più irritato che felice, più triste che felice. Mi sento come domenica scorsa quando udii quegli evviva levarsi dalle celle degli altri detenuti, e ignoravo il perché degli evviva, e pensai: “Deve trattarsi di qualche amnistia. Papadopulos sta facendo il suo proclama, così prepara lo spettacolo con una amnistia capace di impressionare gli ingenui. Può permettersi il lusso di aver meno paura, ormai. Anzi, di fingere d’aver meno paura. Tanto, che gli costa mettere fuori alcuni di noi”. Pensai: “Alcuni di noi” perché non credevo che liberasse anche me. E quando lo seppi, lunedì mattina, non provai nessuna gioia. Nessuna. Mi dissi: se ha deciso che gli conviene liberare anche me, significa che il suo disegno è più ambizioso; significa che conta davvero di legalizzare la Giunta nell’ambito della Costituzione e cercare il riconoscimento degli antichi avversari. Entrando nella cella, il comandante del carcere m’aveva annunciato la grazia: «Panagulis, hai ottenuto la grazia». Gli risposi: «Che grazia? Io non ho chiesto la grazia a nessuno». Poi aggiunsi: «Vi accorgerete presto che mettermi dentro è facile ma tirarmi fuori è difficile. Prima che giunga a Erithrea, mi avrete messo dentro di nuovo». Erithrea è un sobborgo di Atene.

Gli hai detto questo?!
Sicuro. Che altro potevo dirgli? Dovevo forse dirgli grazie, molto gentile, porta i miei omaggi al signor Papadopulos? Del resto, martedì è stato peggio. Sai, esiste una procedura particolare per leggere al condannato il decreto di amnistia: una specie di cerimonia col plotone che presenta le armi, gli altri sugli attenti eccetera. Così, verso mezzogiorno, arriva il procuratore Nicolodimus per la cerimonia e mi fanno uscire di cella per condurmi dinanzi ai quartieri del comandante dove sono tutti in piedi eccetera. Io vedo una sedia e, immediatamente, mi accomodo. Smarrimento, sorpresa, e: «Panagulis! In piedi!» ordina Nicolodimus. «E perché?» gli rispondo «perché devi leggere un foglio che chiami decreto presidenziale ma per me è soltanto il foglio di un colonnello?... No, non mi alzo. No!» E rimango seduto. Gli altri in piedi, sugli attenti eccetera, e io seduto. Non avrei lasciato quella sedia nemmeno se mi avessero fatto a pezzi. Hanno dovuto celebrare la cerimonia mentre me ne stavo così, con le gambe accavallate. Non ho mai smesso di provocarli. Quando il tenente colonnello è venuto a prendermi, verso le due del pomeriggio, ho provocato anche lui. «Panagulis, sei libero. Prendi le tue cose.» «Io non prendo nulla. Prendile te. Non l’ho chiesto io di uscire.»

E lui?
Oh, lui ha ripetuto la frase degli altri: «Appena fuori non lo dirai più. Scoprirai la dolce vita e cambierai idea». Poi hanno preso le mie borse e le hanno portate fino al cancello, come facchini. È stato divertente perché dentro una delle borse che mi portavano come facchini avevo nascosto le ultime poesie che ho scritto e le seghette che usavo per segare le sbarre. Sono seghette minuscole, guarda. Però funzionano. Per diciassette volte mi hanno trovato queste seghette eppure son sempre riuscito a procurarmene ancora e, mentre uscivo da Boiati, ne avevo una decina. Le tenevo qui, vedi?  E la prossima volta... Io aspetto sempre che tornino a prendermi per riportarmi laggiù. E tu vuoi che sia felice!

Eppure, quando sei stato fuori, quando hai visto il sole e tua madre, dev’essere stato bello.
Non è stato nemmeno bello. È stato come accecare. Erano tanti anni che non uscivo da quella tomba di cemento, erano tanti anni che non vedevo lo spazio e il sole. M’ero dimenticato com’è fatto il sole, e fuori c’era un sole fortissimo. Quando me lo son trovato addosso, ho dovuto chiudere gli occhi. Poi li ho riaperti un poco, ma un poco soltanto, e con gli occhi semichiusi sono andato avanti. E andando avanti ho scoperto lo spazio. Non mi ricordavo più com’è fatto lo spazio. La mia cella era lunga un metro e mezzo per tre, camminando potevo fare solo due passi e mezzo. Al massimo tre. Riscoprire lo spazio mi ha dato le vertigini. Me lo sono sentito ruotare intorno come una giostra, e ho barcollato, e sono stato per cadere. Anche ora, del resto, se cammino per più di cento metri, divento stanco e disorientato. No, non è stato bello. E se non ci credi non me ne importa. O me ne importa e pazienza. Facevo uno sforzo terribile per andare avanti in tutto quel sole tutto, quello spazio. Poi d’un tratto, in tutto quel sole, tutto quello spazio, ho visto una macchia. E la macchia era un gruppo di gente. E da quel gruppo di gente s’è staccata una figura nera. E m’è venuta incontro, e un po’ per volta è diventata mia madre. E dietro mia madre s’è staccata un’altra figura. E anche questa m’è venuta incontro. E un po’ per volta è diventata la signora Mandilaras, la vedova di Nikoforos Mandilaras assassinato dai colonnelli. E io ho abbracciato mia madre, ho abbracciato la signora Mandilaras, e dopo...

Dopo hai pianto.
No! Non ho pianto! Nemmeno mia madre ha pianto! Noi siamo gente che non piange. Se per caso si piange, non si piange mai dinanzi agli altri. In questi anni io ho pianto solo due volte: quando hanno assassinato Georghatzis e quando mi hanno detto che mio padre era morto. Ma nessuno mi ha visto piangere: ero dentro la mia cella. E poi... poi nulla. Sono andato a casa con mia madre e la signora Mandilaras e l’avvocato. E a casa ho trovato un mucchio di amici. Sono stato con gli amici fino alle sei del mattino, quindi sono andato a letto nel mio letto e non chiedermi se mi sono commosso a dormire nel mio letto. Perché non mi sono commosso. Oh, non sono insensibile, sai! Non lo sono! Ma sono indurito. Molto indurito, e cos’altro ti aspetti da un uomo che per cinque anni è stato sepolto vivo dentro una tomba di cemento, senza alcun contatto col mondo fuorché coloro che lo picchiavano, lo insultavano, lo seviziavano e addirittura tentavano di assassinarlo? Non mi hanno giustiziato dopo aver pronunciato quella condanna a morte, è vero. Però mi hanno seppellito lo stesso: vivo anziché morto. E per questo li disprezzo. Era loro diritto giustiziarmi: perché l’attentato lo avevo fatto eccome. Ma non era loro diritto seppellirmi vivo anziché morto. Ecco perché non avverto che rabbia verso quei pagliacci che ora mi consentono di dormire nel mio letto.

Alekos, non dire queste cose. Vuoi tornare in prigione?
Se dovessimo guardare le cose con logica, dovrei esserci tornato davvero prima di arrivare a Erithrea. Io sono pronto a tornare in prigione in qualsiasi momento. Fin da questo momento. Fin da ieri, fin da ieri l’altro, fin dall’attimo in cui m’ha accecato quel sole. Ti dirò di più: se serve che io torni in prigione, sarò lieto di tornare in prigione. Perché in seguito a cosa dovrebbero riportarmi in prigione? In seguito a ciò che dico con gli altri e con te? Ma dire ciò che penso non è forse un mio diritto, in regime di democrazia, e Papadopulos non sostiene forse che in Grecia c’è la democrazia? Papadopulos ha tutto l’interesse di tenermi fuori e dimostrare al mondo che non gli importa nulla di ciò che dico. E, se vuole farmi del male con intelligenza, deve farmi cadere in qualche tranello. Ma questo l’ha già tentato. Il giorno dopo la mia scarcerazione è venuto qui un ragazzotto che diceva d’essere studente sebbene, anche dal taglio dei capelli, si capisse subito che apparteneva alla polizia militare. Mi ha raccontato d’avere ucciso un americano preso in ostaggio per liberar Panagulis, qualche tempo fa, e poi mi ha chiesto alcuni mitra. L’ho cacciato gridando e ho subito telefonato alla polizia militare. Ho cercato il capo, uno di quelli che mi torturavano. Non c’era e così ho detto al telefonista: «Spiegagli che, se mi manda un altro dei suoi agenti provocatori, lo massacro di botte». Perbacco! Non son riusciti a piegarmi in carcere: figurati se riescono a piegarmi ora.

Alekos, non hai paura d’essere ammazzato?
Mah! Visto che vogliono apparire liberali, democratici, neanche ammazzarmi gli converrebbe: in questo momento. Però potrebbero pensarci. Nel marzo del 1970, subito dopo l’assassinio di Policarpos Georghatzis, l’eroe della guerra di liberazione a Cipro e ministro dell’arcivescovo Makarios, ci provarono. Erano circa le sette di sera e io ero al quinto giorno di un nuovo sciopero della fame. D’un tratto udii un fischio e il pagliericcio prese fuoco. Mi gettai per terra, gridai assassini, bastardi, bestie, apritemi la porta. Ma ci volle più di un’ora perché mi portassero fuori, anzi perché mi aprissero la porta. Un’ora durante la quale il pagliericcio continuò a bruciare, a bruciare... Non ci vedevo più, non respiravo più. Quando giunse il medico della prigione, un giovane sottotenente, ero in coma. Come avrei saputo dopo, egli chiese di portarmi subito all’ospedale ma non glielo permisero e per due giorni rimasi tra la vita e la morte nella mia cella. Il medico faceva sforzi disperati per salvarmi e riuscire a trasferirmi in un ospedale. Gli uomini della Giunta si mostravano del tutto indifferenti. Molto spesso svenivo e non potevo parlare perché il torace mi faceva male e perfin respirare mi dava dolori. Dopo quarantotto ore quel giovane sottotenente ottenne che ufficiali medici più anziani mi visitassero e, quando essi videro in quali condizioni ero, furon colti dall’ira. Il capo degli ufficiali medici disse che era un crimine tenermi nella cella, e telefonò ai suoi superiori per protestare. Se è vero ciò che seppi più tardi, chiamò anche il comandante in capo delle forze armate che ora è vicepresidente della pseudo-democrazia, Odisseo Angelis. Gli disse che il loro rifiuto di farmi trasferire in un ospedale era un atto delittuoso e che li avrebbe denunciati. E fu grazie a lui che finalmente mi ricoverarono. All’ospedale mi trovaron nel sangue il 92 per cento di anidride carbonica e dissero che non sarei campato più di due ore: anche se avessi superato le due ore, comunque, non sarei sopravvissuto. E... Ma tu lo sai perché liberarono Teodorakis?

Teodorakis? No.
Perché io stavo per morire. C’era quel francese, ad Atene. Quel Servan Schreiber. E sembra che fosse venuto per portare via me. Non mi avrebbero consegnato a Servan Schreiber nemmeno se fossi stato bene, naturalmente. E, in più c’era il fatto che mi trovavo in stato di coma per il loro tentativo di assassinarmi. Così, e in previsione dello scandalo che sarebbe esploso con la mia morte, gli regalarono Teodorakis. Divertente, no? Non voglio dire, con questo, che non sia stato felice per la liberazione di Teodorakis. Egli aveva talmente sofferto in prigione. Però... la storia resta divertente.

Interessante. Ma come fai ad avere le prove che tentarono di assassinarti?
Qualche giorno prima del fatto presero il pagliericcio e lo portarono via per “spolverarlo”. Succedeva molto raramente, ogni tre o quattro mesi. E, quando lo riportarono dentro la cella, la sentinella venne da me. La sentinella era un amico. Mi chiese: «Alekos, avevi nascosto nulla dentro il pagliericcio?». «No, nulla. Perché?» risposi. «Perché ho visto che il caporale Karakaxas ci manovrava intorno come se cercasse qualcosa.» Io non detti importanza alla faccenda, lì per lì, tuttavia la prima cosa cui pensai quando il pagliericcio prese a bruciare è che ci avessero messo del fosforo, del plastico, non so. E il primo nome che mi venne in mente fu quello di Karakaxas. Naturalmente mi accusarono d’essermi autoincendiato. Ma, quando gli ricordai che da sei giorni mi avevano tolto perfino le sigarette e i fiammiferi, capirono d’esser nei guai. Venne da me il maggiore Kutras, della polizia militare, e mi disse: «Se non racconti a nessuno quello che è successo, hai la mia parola d’onore che ti lasceremo libero di andare all’estero». Poiché rifiutai perfino di discutere una simile offerta, dopo dieci giorni mi ributtarono dentro la cella e, da quel momento, perfino le visite di mia madre vennero proibite. Quanto al mio avvocato, in cinque anni non l’ho mai visto. Non ho mai ricevuto le sue lettere, lui non ha mai ricevuto le mie. E anche ciò caratterizza il loro comportamento illegale e criminale nei miei riguardi. Avevano evidentemente paura che io rivelassi il tentato assassinio e così tutta la mia posta finiva sul tavolo del direttore del carcere. Perfino le lettere che indirizzavo a Papadopulos. Scrivevo a Papadopulos come al capo morale della Giunta, per esprimergli tutto il mio disgusto e il mio disprezzo. Dovrebbero avere il coraggio di pubblicarle, quelle lettere, o almeno di renderle pubbliche. Gliene ho mandate tante, a tutti gli indirizzi. E poi scrivevo al presidente dell’Arios Pagos, la Corte costituzionale. Gli inviavo telegrammi per denunciare ciò che mi facevano e per dirgli che stavo male. Ma neanche lui ricevette mai i miei telegrammi e...

E ora come stai, Alekos?
Meno bene di quanto sembri. La mia salute non va. Mi sento sempre debole, esausto. A volte ho collassi. Ne ho avuto uno ieri, un altro appena uscito di prigione. Non riesco a camminare: tre passi e mi metto a sedere. E a parte questo, un mucchio di cose non vanno: al fegato, ai polmoni, ai reni. Mi hanno portato in clinica e i primi esami non sono stati rasserenanti: lunedì devo ricoverarmi per farne altri. Tutti quegli scioperi della fame, ad esempio, mi hanno debilitato. Mi dirai: ma perché infliggerti anche quegli scioperi della fame? Perché negli interrogatori lo sciopero della fame è un mezzo per tenergli testa. Gli dimostri cioè che non possono prenderti tutto perché hai il coraggio di rifiutare tutto. Mi spiego meglio. Se rifiuti di mangiare e li aggredisci, loro si innervosiscono e il fatto d’esser nervosi non gli permette di applicare una forma sistematica di interrogatorio. Durante le torture, ad esempio, se il torturato tiene un atteggiamento provocatorio e aggressivo, l’interrogatorio sistematico si trasforma in una lotta personale del torturato stesso. Capito? Voglio dire che, con lo sciopero della fame, il corpo si indebolisce e ciò non permette la continuazione dell’interrogatorio perché è inutile interrogare o torturare qualcuno che perde conoscenza. Queste condizioni si realizzano dopo tre o quattro giorni senza cibo né acqua, soprattutte se perdi sangue per le ferite inflitte dalle torture. Così sono costretti a trasferirti all’ospedale e... Oh, anche i miei ricordi dell’ospedale sono dolorosi. Tentavano di nutrirmi con un tubo di plastica che mi infilavan nel naso. Soffrivo molto, anche se avevo la sensazione di guadagnar tempo. E poi...

E poi?
Poi, dall’ospedale, mi riportavano nella stanza della tortura e riprendevano a torturarmi. Allora io facevo di nuovo lo sciopero della fame, e di nuovo li provocavo, di nuovo mi mostravo sprezzante, aggressivo. Così il loro sistema falliva, di nuovo. E di nuovo eran costretti a portarmi all’ospedale dove, di nuovo, tentavano di nutrirmi con la sonda nel naso. Oh, anche il comportamento di alcuni medici era disgustoso. All’ospedale i miei torturatori continuavano l’interrogatorio ma in modo meno consistente perché lì non potevano usare i loro mezzi. Guadagnavo tempo, ripeto, e ciò era importante per me. Insomma, mi sarebbe stato impossibile rinunciare allo sciopero della fame. Era un’arma troppo indispensabile.

Durante gli interrogatori, lo capisco... Ma dopo, Alekos, in prigione?
Anche in prigione non avevo un modo più efficace per esprimere il mio disgusto, il mio disprezzo, e per dimostrargli che non potevano piegarmi. Neanche se ero ormai un detenuto. Ribellandomi attraverso lo sciopero della fame avevo la sensazione di non essere solo e pensavo di offrire qualcosa alla causa della Grecia. Pensavo che se tenevo un atteggiamento fermo, coraggioso, i soldati e le guardie e gli stessi ufficiali avrebbero compreso che ero lì a rappresentare un popolo deciso a vincere. Del resto molti degli scioperi della fame che facevo in carcere eran provocati dal modo in cui si comportavano con me. Mi negavano anche un giornale, un libro, una matita, una sigaretta. E per avere un giornale, un libro, una matita, per fumare una sigaretta, rifiutavo il cibo. Per giorni e giorni. Ho fatto uno sciopero che è durato quarantasette giorni, uno che è durato quarantaquattro, uno quaranta, uno trentasette, due trentadue, uno trenta, cinque tra i venticinque e i trenta... Ne ho fatti tanti. E, malgrado ciò, loro non hanno smesso mai di picchiarmi. Mai. Ho preso tante botte in quella cella. Le costole che mi hanno rotto, quando mi battevano con le spranghe di ferro, sono appena rimarginate.

Quando t’hanno picchiato per l’ultima volta?
Se parli di botte serie, il 25 ottobre 1972: al trentacinquesimo giorno di uno sciopero della fame. Venne Nicholas Zakarakis, il direttore del carcere di Boiati, e io ero disteso sul pagliericcio. Non avevo più forze, non potevo quasi più respirare. Lui cominciò lo stesso a insultarmi e d’un tratto disse che ero stato pagato per il mio attentato a Papadopulos, e che avevo messo i soldi in Svizzera. Allora non ce la feci a star zitto. Raccolsi quel po’ di voce che mi restava in gola e gli gridai: «Malakas. Sudicio malakas!». Malakas è una brutta parola, in greco. Zakarakis reagì con una tal pioggia di botte che mi dà ancora fastidio pensarci. Di regola, mi difendevo. Quel giorno invece non potevo muovere un dito e... Anche il 18 marzo m’avevan picchiato. M’avevano legato alla branda e m’avevan picchiato per un’ora e mezzo. Quando il dottor Zografos alzò il lenzuolo e vide il mio corpo, chiuse gli occhi per l’orrore. Era un corpo nero come l’inchiostro, un livido dalla testa ai piedi. M’avevan picchiato soprattutto sui polmoni e sui reni, così per due settimane sputai sangue e orinai sangue. Ma come vuoi che faccia a sentirmi bene, ora?! Del resto, la faccenda dell’orinar sangue deriva anche da un’altra cosa che mi fecero durante l’interrogatorio.

Non te la chiederò, Alekos.
Perché? Tanto è una cosa che raccontai anche al processo e di cui informai la Croce Rossa Internazionale. Me la faceva Babalis, uno dei miei torturatori. Mentre giacevo nudo legato a quel letto di ferro, mi infilava nell’uretra un filo di ferro. Una specie di ago. Poi, mentre gli altri gridavano oscenità, con l’accendino arroventava il pezzo di ferro che restava fuori. Una cosa tremenda. Dice: «Ma l’elettrochoc non te l’hanno fatto». No, a me non lo hanno fatto. Però mi hanno fatto quella cosa e, quando si parla di torture, come si fa a stabilire qual è la peggiore? Restar dieci mesi ammanettato, dieci mesi dico, giorno e notte, non è forse una tortura? Dieci mesi, giorno e notte. Soltanto a partire dal nono mese mi liberarono i polsi, per qualche ora. Due o tre ore al mattino, dopo le insistenze del medico della prigione. Le mie mani eran gonfie, i polsi mi sanguinavano e in più punti mostravan ferite purulente... Riuscii a informare mia madre che presentò al Procuratore Generale un’accusa ufficiale, scritta. E quell’accusa è una prova perché, se mia madre avesse scritto il falso, essi l’avrebbero incriminata: sì o no? Non incriminarono forse la signora Manga is quando rivelò che suo marito, il professor Giorgio Manga is, era stato torturato? La misero anche in prigione, questa grande signora, sebbene avesse detto la verità. Poteron permetterselo perché nel suo caso era stato difficile provare le accuse. Ma nel mio caso, no. Non poterono imprigionare mia madre: le prove esistevano. Ed evidenti. Erano le ferite e le cicatrici che mi portavo su tutto il corpo. Se dovessi fare la lista delle torture... Guarda queste tre cicatrici dalla parte del cuore. Me le fecero il giorno in cui mi ruppero il piede sinistro con la falanga. Naturalmente mi facevano sempre la falanga che consiste nel bastonarti le piante dei piedi finché il dolore ti arriva al cervello e svieni. Io la sopportavo anche abbastanza bene. Ma quel giorno Babalis ce la mise tutta e mi ruppe il piede sinistro. Cinque minuti dopo giunse Costantino Papadopulos. Sai, il fratello di Papadopulos. Mi appoggiò la rivoltella alla tempia e gridò: «Ora ti ammazzo, ti ammazzo!» e mi picchiava. Mentre mi picchiava, Theofiloyannakos mi colpiva sul cuore, con un tagliacarte di ferro dalla punta scheggiata. «Te lo infilo nel cuore, te lo infilo nel cuore!» Di qui queste tre cicatrici.

E queste cicatrici sui polsi?
Oh, queste me le fecero quando fingevano di svenarmi. Nulla di grave. Mi tagliuzzavano solo superficialmente. Del resto, sai: di cicatrici ne ho per tutto il corpo. Ogni tanto me ne scopro una e mi dico: e questa quando me l’hanno fatta? Alla terza settimana di torture, non ci facevo più caso. Sentivo il sangue che colava da una parte, la carne che si apriva dall’altra, e pensavo soltanto: “Rieccoci”. Incominciavano le usuali torture frustandomi con una corda di metallo. Era Theofiloyannakos a frustarmi. Oppure mi appendevano al soffitto pei polsi e mi lasciavano lì per ore. È dura perché la parte superiore del corpo, dopo un po’ resta come paralizzata. Voglio dire: le braccia e le spalle non le senti più. Non puoi respirare, non puoi gridare, non puoi ribellarti in nessun modo e... Loro sapevano tutto questo, naturalmente, e quando arrivavo a quel punto mi bastonavano sulle reni. Lo sai a cosa non mi sono mai abituato? Alla soffocazione. Me la faceva Theofiloyannakos, anche quella, tappandomi con entrambe le mani il naso e la bocca, oh, quella era peggio di tutto. Di tutto! Mi tappava il naso e la bocca per un minuto, guardando l’orologio, e mi lasciava riprendere fiato solo quando diventavo paonazzo. Smise di farlo con le mani quando riuscii a mordergliele. Un morso che gli staccai quasi un dito. Ma allora passò alla coperta e... Un’altra cosa che sopportavo male erano gli insulti. Non mi seviziavano mai in silenzio. Mai. Gridavano, gridavano... Con voci che non erano più voci ma boati... E poi le sigarette spente fra i testicoli. Senti, ma perché vuoi sapere queste cose da me e basta? Non è neanche giusto. Non le hanno fatte mica a me e basta. Vai all’ospedale militare 401, se ti riesce, e chiedi di vedere il maggiore Mustaklis. A lui, durante l’interrogatorio, fecero l’aloni. Sai cos’è l’aloni? È quando i torturatori si mettono in cerchio, poi ti buttano al centro del cerchio, e ti colpiscono tutti insieme. Lui lo picchiavano sulla colonna vertebrale e sulla cervice. È rimasto completamente paralizzato. Giace in un letto come un vegetale e i medici lo definiscono «clinicamente morto».

Vorrei chiederti una cosa, Alekos. Prima che ciò succedesse, sopportavi bene il dolore fisico?
Oh, no! No. Il più innocuo mal di denti mi infastidiva oltre misura e non sopportavo la vista del sangue. Soffrivo solo a veder soffrire la gente, ammiravo con incredulità le persone capaci di tollerare il dolore fisico. L’uomo è proprio una creatura straordinaria, un oceano di sorprese. È incredibile come un uomo possa cambiare, ed è meraviglioso come un uomo possa rivelarsi capace di sopportare l’insopportabile. Quel retorico proverbio «l’acciaio si tempra col fuoco» è proprio vero, sai. Io, più mi straziavano, più diventavo duro. Più mi seviziavano, più resistevo. Alcuni dicono che nelle torture si invoca la morte come una liberazione. Non è vero. Almeno per me. Mentirei se dicessi che non ho avuto mai paura, ma mentirei anche se dicessi che ho desiderato di morire. Era l’ultima idea che mi attraversava la testa, morire. Pensavo solo a non cedere, a non parlare, e a ribellarmi. Sapessi quante volte li ho picchiati, anch’io! Se non ero legato al tavolo di ferro, li prendevo a calci, a morsi, a pedate. Era utilissimo perché così si arrabbiavano di più e mi picchiavano ancora più forte e svenivo. Desideravo sempre svenire, perché svenire è come riposarsi. Poi loro ricominciavano, ma...

Scusa, Alekos. Ho una curiosità. Ma tu lo sapevi che il mondo intero si stava occupando di te e protestava per te?
No. L’ho capito solo il giorno in cui loro sono entrati nella mia cella sventolando i giornali e gridando: «I carri armati russi sono entrati in Cecoslovacchia! Ora nessuno avrà più tempo e voglia di occuparsi di te!». E poi l’ho capito quando mi hanno mostrato ai giornalisti, dopo il primo tentativo di fuga. Erano tanti, di tanti paesi e mi son detto: “Ma allora sanno!”. E ho sentito come una carezza sul cuore. E m’è parso d’essere meno solo. Perché la cosa più atroce sai, non è soffrire. È soffrire da soli.

Riprendi il tuo racconto, Alekos.
Dicevo che, quando loro mi insultavano, «criminale, bastardo, traditore, frocio», altre volgarità irripetibili, io insultavo loro. Gli urlavo cose spaventose. Ad esempio: «Ti scoperò tua figlia!». Ma a freddo, senza perder la testa, mi spiego? Io, che son così passionale, con la rabbia divento freddo. Un giorno mi mandarono un ufficiale addetto all’interrogatorio psicologico. Sai, uno di quelli che dicono: «Caro, è-meglio-che-tu-parli». Visto che era così gentile, gli chiesi un bicchiere d’acqua. Me lo fece portare, premuroso. Ma appena ebbi il bicchiere in mano, anziché bere l’acqua lo ruppi. Poi, col bicchiere rotto, mi lanciai contro quei mascalzoni. Ne ferii due o tre prima che mi saltassero addosso e mi gettassero per terra, sui frammenti di vetro, dove un frammento mi tagliò quasi a metà il mignolo destro. Mi tagliò anche il tendine, vedi. Non lo muovo più questo dito. È un dito morto. Poi sai cosa fece quella bestia di Babalis? Chiamò il dottore e, senza liberarmi i polsi legati dietro la schiena, mi fece ricucire il mignolo. Così, senza anestesia. Un male! Quel giorno gridai. Gridai come un pazzo.

Senti, Alekos: ma non ti è mai venuta la tentazione di parlare?
Mai! Mai! Mai! Io non dissi mai nulla. Mai. Non implicai mai nessuno. Mai. Poiché m’ero assunto tutte le responsabilità dell’attentato, loro volevano sapere chi avrebbe assunto la responsabilità del governo se l’attentato fosse riuscito. Ma dalla mia bocca non uscì mai mezza parola. Un giorno che ero disteso sul letto di ferro e non ne potevo davvero più, mi portarono un greco che si chiama Brindisi. Aveva parlato e piangeva. Piangendo disse: «Basta, Alekos. Non serve più. Parla, Alekos». Ma io risposi: «Chi è questo Brindisi? Io, di Brindisi, non conosco che un porto italiano». Lo stesso giorno mi portarono Avramis. Avramis era un membro di Resistenza Greca, ed era un ex-ufficiale di polizia, un uomo coraggioso, onesto. Negai di conoscerlo e negai che appartenesse a Resistenza Greca. Theofiloyannakos gridava: «Come vedi, lui ti conosce. E l’ha già ammesso. Ammetti la stessa cosa e finiremo questa faccenda per sempre». Io risposi: «Ascolta, Theofiloyannakos. Se ti avessi soltanto per un’ora nelle mie mani, ti farei confessare qualsiasi cosa. Anche che hai violentato tua madre. Non conosco quest’uomo. Lo avete torturato e ora dice quel che volete». E Theofiloyannakos: «Tanto, che tu parli o no, noi diremo che hai parlato». Ascolta: anche sotto le torture più atroci non ho mai tradito nessuno. Nessuno. E questa è una cosa che perfino quelle bestie rispettano. La direzione delle mie torture era affidata al capo della polizia: l’allora tenente colonnello e oggi brigadier generale Joannidis. Una notte, vedendomi sputare sangue, scosse la testa e disse: «Niente da fare. Inutile insistere. Capita una volta su centomila che uno non parli. Ma questo è il caso. È troppo duro, questo Panagulis. Non parlerà». Joannidis ha sempre detto: «L’unico gruppo che non siamo certi di aver decimato è il gruppo di Panagulis. Quella tigre spaccava le manette». Bè, forse non è carino che te lo racconti. Magari ti metti in testa che sono un vanesio e scrivi che c’è autocompiacimento in me o robe simili. Ma io te lo devo dire lo stesso perché è una bella soddisfazione. Non è giusto?

Sì. Lo è. E ora vorrei sapere un’altra cosa, Alekos. Questa. Dopotanto soffrire, sei ancora capace di amare gli uomini?
Amarli ancora?!? Amarli di più, vuoi dire! Accidenti, ma come fai a porre una domanda simile? Non crederai mica che io identifichi l’umanità con le bestie della polizia militare greca? Ma si tratta di un pugno di uomini! Non ti dice nulla che in tutti questi anni siano rimasti sempre gli stessi?!? Sempre gli stessi. Senti: i cattivi sono una minoranza. E per ogni cattivo vi sono mille, diecimila buoni: cioè le sue vittime. Quelli per cui bisogna battersi. Non puoi, non devi veder così nero! Io ho incontrato tanta gente buona in questi cinque anni! Perfino tra i poliziotti. Sì, sì! Ma pensa solo ai soldatini che rischiavano la pelle per portar fuori della prigione le mie lettere, le mie poesie! Pensa a tutti quelli che mi hanno aiutato, nei tentativi di fuga! Pensa ai medici che mi hanno fatto portare in ospedale e quand’ero in ospedale ordinavano alle guardie di non tenermi legato al letto per le caviglie. «Non posso» rispondevan le guardie. E i medici: «Questa non è una prigioneee! Questo è un ospedaleee!». E quel tale Panayotidis che partecipava alle torture e mi sputava sempre addosso? Un giorno si avvicina a me tutto imbarazzato e mi dice: «Alekos mi dispiace. Ho fatto quello che mi hanno ordinato di fare. Lo avrei fatto anche se mi avessero detto di farlo su mio padre. Non ho il coraggio di oppormi. Perdonami, Alekos». Oh, l’Uomo...

Vuoi dire che l’Uomo è fondamentalmente buono, che l’Uomo nasce buono?
No. Voglio dire che l’Uomo nasce per essere buono, e che è più spesso buono che cattivo. E senti: a me, per accettare gli uomini, basta ciò che mi accadde quando ero all’ospedale dopo il tentativo di ammazzarmi col pagliericcio in fiamme. C’era una vecchia inserviente in quella corsia. Sai una di quelle vecchie che lavano per terra e puliscono i gabinetti. Un giorno viene da me e mi fa una carezza sulla fronte e mi dice: «Povero Alekos! Sei sempre solo! Non parli mai con nessuno! Stasera vengo qui, mi siedo accanto a te, e tu mi racconti le cose: eh?». Poi andò verso la porta e qui fu ghermita dalle guardie che la portarono via. Non venne quella sera. Io la aspettai ma lei non venne. Non la vidi più. Non ho mai saputo cosa le hanno fatto e...

Piangi, Alekos? Tu?!?
Non piango. Io non piango. Io mi commuovo. La gentilezza mi commuove. La bontà mi commuove. E allora sono commosso. Capito?

Capito. Sei religioso, Alekos?
Io? Io no. Voglio dire: non credo in Dio. Se mi parli di Dio, ti rispondo con la risposta di Einstein: credo nel Dio di Spinoza. Chiamalo panteismo, chiamalo come ti pare. E se mi parli di Gesù Cristo rispondo che mi sta bene perché non lo considero figlio di Dio ma figlio degli uomini. Il solo fatto che la sua vita sia stata ispirata dalla volontà di alleviare il dolore umano, il solo fatto che abbia sofferto e sia morto per gli uomini e non per la gloria di Dio, mi basta a considerarlo grande. Il più grande di tutti gli dei inventati dall’Uomo. Vedi, l’uomo non può prescindere dall’idea dell’amore perché non può vivere senza amore. Io ho ricevuto tanto odio nella vita ma ho ricevuto anche tanto amore. Da bambino, ad esempio. Sono stato un bambino felice perché sono cresciuto in una famiglia in cui ci si è tanto amati. Ma non era una questione di famiglia e basta. Era una questione... come dire? di scoperte. Per esempio, durante l’occupazione italiana ci eravamo rifugiati nell’isola di Leucade dove c’erano tanti soldati italiani. Mi chiamavano sempre: «Piccolo, piccolo, piccolo!», e poi mi davano regali. Una cioccolata, una galletta. Mio padre, ufficiale dell’esercito, non voleva che li accettassi e pretendeva che li buttassi via, quei regali. Mia madre invece no: «Raccatta e ringrazia». Mia madre sapeva che non lo facevano per insultarmi ma per esser gentili. Sapeva che non erano soldati cattivi ma uomini buoni. Io sono stato meno felice dopo, a crescere. È difficile sentirsi completamente felice quando ci si accorge che agli altri non importano sempre le cose che importano a te. E quando vedevo nei miei coetanei l’indifferenza pei problemi della vita, io... ecco non ero più capace di esser felice. Come oggi.

È curioso Alekos: parli come un uomo che non può concepire neanche l’idea di fare un attentato, di uccidere.
Io, prima del 21 aprile, cioè prima dell’avvento dei colonnelli, non concepivo neanche l’idea di uccidere. Non avrei potuto fare del male al mio peggior nemico. Del resto ancora oggi, l’idea di uccidere mi ripugna. Non sono un fanatico. Vorrei che tutto cambiasse, qui in Grecia, senza una singola goccia di sangue. Non credo alla giustizia applicata in modo personale. Ancora meno credo alla parola vendetta. Io perfino per coloro che mi hanno seviziato non concepisco la parola vendetta. Uso la parola punizione e sogno soltanto un processo. Mi basterebbe soltanto che li condannassero a un giorno di prigione nella cella dove sono rimasto cinque anni. Tengo troppo alla legge, al diritto, al dovere. Infatti non ho mai contestato a Papadopulos il diritto di processarmi e di condannarmi. Io ho sempre protestato per il modo in cui esercitavano la loro condanna, per le botte che mi davano, per le crudeltà che mi infliggevano, per la tomba di cemento in cui mi tenevano proibendomi perfino di leggere e scrivere. Ma, quando uno fa quello che ho fatto io, l’attentato voglio dire, non va contro la legge. Perché agisce in un paese senza legge. E alla non-legge si risponde con la non-legge. Mi spiego? Senti: se tu cammini per strada, e non dai noia a nessuno, e io ti prendo a schiaffi, e tu non puoi nemmeno denunciarmi perché la legge non ti protegge, che pensi? Che fai? Bada, ho parlato di schiaffi: niente di più. Uno schiaffo non fa nemmeno male, è solo un insulto. Però deve pur esistere una legge che mi proibisce di prenderti a schiaffi! Una legge che mi proibisce perfino di darti un bacio, se tu non lo vuoi! E se questa legge non esiste, tu cosa fai? Non hai forse il diritto di reagire e magari di uccidermi perché non ti disturbi più? Farti giustizia da te diventa una necessità! Anzi un dovere! Sì o no?

Sì.
Io non ho paura a dirtelo: io conosco anche l’odio. Amo tanto l’amore e sono pieno di odio per chi uccide la libertà, per chi l’ha uccisa in Grecia ad esempio. Accidenti, è difficile dire queste cose senza apparire retorici ma... C’è una frase che ricorre spesso nella letteratura greca: «Felice di essere libero e libero di essere felice». Sicché quando un tiranno muore di morte naturale nel suo letto, io... Che vuoi farci? Mi sento travolto dalla rabbia. Travolto dall’odio. Secondo me è un onore per gli italiani che Mussolini abbia fatto la fine che ha fatto ed è una vergogna per i portoghesi che Salazar sia morto nel suo letto. Così come sarà una vergogna, per gli spagnoli, che Franco muoia di vecchiaia. Accidenti! Non si può accettare che un’intera nazione si trasformi in un gregge. E ascolta: io non sogno l’utopia. Lo so bene che la giustizia in assoluto non esiste, non esisterà mai. Però so che esistono paesi dove si applica un processo di giustizia. Quindi ciò che sogno è un paese dove chi è aggredito, insultato, privato dei suoi diritti, può chiedere giustizia a un tribunale. È troppo pretendere? Boh! A me sembra il minimo che possa chiedere un uomo. Ecco perché me la piglio tanto coi vigliacchi che non si ribellano quando i loro diritti fondamentali vengono violati. Sui muri della mia cella avevo scritto: «Odio i tiranni e sono nauseato dai vigliacchi».

Alekos... è una domanda difficile. Cosa provasti quando ti condannarono a morte?
Sul momento, nulla. Me l’aspettavo, ci ero preparato, e quindi non provai nulla fuorché la consapevolezza di contribuire morendo a una lotta che sarebbe continuata attraverso gli altri.

Ed eri certo che ti avrebbero fucilato?
Sì. Assolutamente certo.

Alekos... questa è una domanda ancora più difficile. E non so se vorrai rispondere. Cosa pensa un uomo che sta per essere fucilato?
Me lo son chiesto anch’io. Molte volte. E ho cercato di dirlo in una poesia che mentalmente scrissi la mattina in cui vennero a chiedermi se domandavo la grazia ma risposi no... È una poesia che rende bene l’idea di ciò che pensai in quel momento. Eccola. «Come / i rami degli alberi ascoltano / i primi colpi dell’ascia / così / quella mattina / i comandi / giungevano ai miei orecchi / Nello stesso momento / vecchie memorie / che credevo morte / inondavano il pensiero / simili a singhiozzi / singhiozzi laceranti del passato / per un domani che non sarebbe giunto / La volontà / quella mattina / era soltanto augurio / La speranza? / anch’essa si perdeva / ma neanche un momento ero pentito / che il plotone aspettasse.» E guarda: ch’io sappia, vi sono tre scrittori che l’hanno spiegato in modo simile a ciò che ho provato io. Uno è Dostoevskij ne L’Idiota. L’altro è Camus ne Lo Straniero. Il terzo è Kazantzakis nel libro che racconta la morte di Cristo. Ciò che dice Dostoevskij lo sapevo: avevo letto L’Idiota. Ma Lo Straniero non lo avevo letto e quando ciò avvenne, molto tempo dopo, a Boiati, mi turbò scoprire che avevo pensato le stesse cose mentre aspettavo l’ora dell’esecuzione. Voglio dire, tutte le cose che uno vorrebbe fare se non stessero per tagliargli la testa. Scrivere una poesia, ad esempio, o una lettera. Leggere un libro, crearsi una piccola vita in quella piccola cella. Una vita ugualmente meravigliosa perché vita... Ma soprattutto mi turbò leggere la versione che Kazantzakis dà sulla morte di Cristo. In quel libro v’è un momento in cui Cristo chiude gli occhi, sulla croce, e dorme. E sogna un sogno che è un sogno di vita. Sogna che... Ma non voglio parlare di questo. Non è bello parlare di questo.

Non importa, tanto ho capito lo stesso che sognasti di fare l’amore con una donna. Nel libro di Kazantzakis, Cristo sogna che sta facendo l’amore con Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro. Già... dieci minuti di sonno per sognare la vita... È giusto così, è bello così. Ma il resto di quella notte come lo passasti?
La cella era una cella nuda, senza nemmeno una branda. Mi avevano messo una coperta per terra e basta. Io ero ammanettato. Sempre ammanettato. Così, per un poco, giacqui ammanettato per terra poi mi alzai e mi misi a parlare coi guardiani. I miei guardiani eran tre sottufficiali. Giovani, sui ventun anni. Avevan l’aria di bravi ragazzi e non erano ostili, anzi sembravano tristi per me: molto abbattuti al pensiero che tra poco mi avrebbero fucilato. Per fargli coraggio mi misi a discutere di politica. Mi rivolgevo a loro come mi sarei rivolto agli studenti durante una manifestazione. Gli spiegavo che non dovevano restare inerti, dovevano combattere per la libertà. E loro mi ascoltavano con rispetto. Gli declamai anche una poesia che avevo scritto: I primi morti. Sai quella su cui Teodorakis ha scritto una canzone. Mentre la declamavo, loro scrivevano i versi sui pacchetti delle sigarette. Poi i tre dettero il cambio ad altri tre, anche questi tre di leva, e tra questi ce n’era uno che cantava nel coro di una chiesa. Mi lasciai andare a un gioco crudele. Gli chiesi di cantarmi ciò che cantano per la Messa funebre. Me lo cantò. E io, sempre scherzando, gli dissi: «Non mi piacciono certe parole. E quando canterai per me, alla Messa funebre, non dovrai dire certe parole. Per esempio non dovrai chiamarmi servo-del-Signore. Nessun uomo è servo di nessuno. Nessun uomo dev’essere servo di nessuno. Nemmeno del Signore». E lui promise che per me non avrebbe cantato quelle parole, non mi avrebbe chiamato servo del Signore. Così smettemmo quel gioco crudele e passammo a cantare altre canzoni di Teodorakis.

Alekos... cosa prova un uomo quando gli dicono che non lo fucileranno più?
Non mi hanno mai detto che la pena di morte era sospesa. Per tre anni non me l’hanno mai detto. E la pena di morte, in Grecia, resta valida per tre anni. In qualsiasi momento, durante quei tre lunghi anni, avrebbero potuto aprire la porta della mia cella e dire: «Andiamo, Panagulis. Il plotone di esecuzione ti aspetta». La prima mattina io mi aspettavo di essere fucilato alle cinque, cinque e mezzo. Anche la fossa era pronta. Quando vidi che le cinque e mezzo eran passate, e le sei, le sei e mezzo, le sette, cominciai a sospettare che ci fosse qualcosa di nuovo. Ma non pensai che la fucilazione fosse sospesa: pensai che fosse ritardata di qualche ora. Forse l’elicottero aveva avuto un ritardo, forse il procuratore aveva avuto un intoppo burocratico... Poi, verso le otto, sulla porta della mia cella venne un plotone. E mi dissi “ci siamo” ma qualcuno impartì un ordine e il plotone si allontanò. Subito dopo mi dissero che quella mattina non mi avrebbero fucilato perché era la festa della Presentazione della Madonna, quindi non avvenivano esecuzioni. Mi avrebbero fucilato il giorno dopo, 22 novembre. Ricominciò l’attesa dell’alba, e la seconda notte fu come la prima, e all’alba ero di nuovo pronto. Venne un ufficiale e disse: «Firma la domanda di grazia e non sarai fucilato». Rifiutai e, nello stesso momento in cui rifiutavo, udii un altro ufficiale che dava un ordine secco ai soldati: fuori. E pensai: “Ecco, ci siamo. Ora ci siamo davvero”. Invece non accadde nulla e nel pomeriggio mi portarono via dalla prigione di Egina. Mi condussero al porto militare e lì, con la vedetta P21, mi condussero all’ufficio della polizia militare. Quello degli interrogatori. Qui c’era un ufficiale e mi disse: «Panagulis, i giornali hanno già annunciato la tua fucilazione. Ora potremo interrogarti come piace a noi. Ti faremo dire tutto ciò che vogliamo e morirai sotto le torture. E nessuno lo saprà perché tutti credono che tu sia già fucilato». Era solo una minaccia malvagia, però: non mi torturarono quel giorno. All’alba del 23 novembre mi fecero salire su un’automobile e mi dissero: «Panagulis, gli scherzi sono finiti. Ti portiamo all’esecuzione». Invece mi portarono a Boiati.

Alekos, io mi chiedo come tu abbia fatto a mantenere un cervello lucido dopo esser rimasto cinque anni solo e sepolto dentro una scatola di cemento poco più larga di un letto. Come hai fatto?
Semplicemente rifiutando l’idea d’essere stato sconfitto. Del resto non mi sono mai sentito sconfitto. Per questo non ho mai smesso di battermi. Ogni giorno era una battaglia nuova. Perché volevo che ogni giorno fosse una battaglia nuova. Non ho mai permesso a me stesso di cadere nell’inerzia. Pensavo al mio popolo oppresso e la mia rabbia si trasformava in energia. Proprio questa energia mi aiutava a immaginare sempre nuovi modi per scappare. Non volevo scappare per il semplice fatto di scappare, insomma di non stare più in prigione. Volevo scappare per continuar la mia lotta, per stare di nuovo coi miei compagni. Ero entrato nella lotta deciso a dare tutto di me e la mia disperazione nasceva dalla certezza di aver dato troppo poco, di aver fatto troppo poco. Quando la Grecia era stata travolta dalla dittatura, avevo detto ai miei amici: «La mia sola ambizione è quella di dare la mia vita per porre fine a questa dittatura, il mio solo desiderio è quello d’essere l’ultimo morto di questa battaglia. Non per vivere più degli altri ma per dare più degli altri». Ed oggi, in tutta sincerità, posso dire la stessa cosa ai miei amici e non mi importa che i nostri nemici lo sappiano. Anzi. Non mi illudo affatto d’essere vivo il giorno in cui si festeggerà la vittoria ma credo con tutto il cuore che quel giorno sarà festeggiato. Perché ciò accada, però, bisogna che io continui a battermi. E tale idea, insieme all’idea di scappare, mi aiutò in quei cinque anni a non diventar pazzo.

Ma come volevi scappare da quella tomba?
Nei modi più incredibili. Anzitutto pensavo al modo di inviare messaggi ai miei compagni... Anche sapendo di avere pochissime probabilità di riuscire nella fuga, l’idea non mi abbandonava mai. Mai. Il mio principio era quello di oggi: fallire è meglio che cullarsi nell’inerzia. Ora ti racconto due tentativi che fallirono ma che a me sembrano divertenti. Una sera le guardie aprono la porta della mia cella, all’ora di sempre, e non mi trovano dentro. Come avevo previsto, quei mentecatti si lasciano prendere dal panico e incominciano a gridare, ansimare, accusarsi vicendevolmente, cercarmi sulle pareti, al soffitto, e non pensano di guardare nell’unico luogo dove avrei potuto nascondermi: cioè sotto la branda. Ero sotto la branda e mi divertivo tanto ad ascoltarli: «Sei tu che sei entrato nella cella stamani!». E l’altro: «Sei tu che avevi le chiavi!». «Basta, non litighiamo! Cerchiamo di trovarlo, piuttosto!» E via, fuori della cella, a dare l’allarme: lasciando la porta aperta. Così mi lanciai fuori della porta e corsi, nel buio, per una cinquantina di metri. Mi fermai contro un albero. Da quest’albero raggiunsi un altro albero, poi l’ombra della cucina, e poi il muro di cinta. Il campo era un unico urlo: «Allarmi, allarmi!». Gridavo anch’io ma dicendo: «Allarme cancellato! Cancellato!». Speravo che qualcuno udisse, ci credesse. Ormai mi mancava solo da saltare il muro. Stavo per saltarlo quando un soldato mi vide e mi agguantò.

Come ti sentisti quando ti agguantarono?
Certo non ne fui felice. Ma non mi arrabbiai e pensai: non importa. La prossima volta andrà meglio. La prossima volta fu con una rivoltella di sapone. Me l’ero fatta da me, usando mollica di pane e sapone, e poi l’avevo dipinta in nero con la punta dei fiammiferi bruciati. Sai, un fiammifero per volta: come se fosse un pennello. La canna l’avevo fatta con la carta stagnola delle sigarette e sembrava proprio una canna di metallo. Una sera entrarono come al solito dentro la cella per portarmi il cibo e... gli puntai addosso la mia rivoltella. Erano tre. Si spaventarono talmente che quello col vassoio lasciò cadere il vassoio. Gli altri due invece sembravano paralizzati. E l’intera faccenda era così comica che non ce la feci a continuare: l’impulso di ridere era troppo forte. Non ci crederai ma, se non avessi ceduto alla voglia di ridere, forse sarei riuscito a scappare. Però mi rimase la consolazione d’essermi divertito per un po’. E non è poco.

Ma quante volte hai tentato di scappare, Alekos?
Molte volte. Una volta, per esempio, scavando il muro della mia cella con un cucchiaio. Era l’ottobre del 1969 e a quel tempo ero riuscito a farmi mettere un water closet dentro la cella. E poi, con uno sciopero della fame, ero riuscito a farmi mettere anche una tendina dinanzi al water-closet. Scelsi quel punto per fare il buco: la tendina serviva come un paravento. Ci lavorai almeno quindici giorni e il 18 ottobre il buco era pronto. Così mi ci infilai ma non riuscii a passar subito dall’altra parte perché avevo troppi indumenti addosso. Dovetti toglierli, gettarli fuori del buco e poi infilarmi di nuovo nel buco. Questo mi perse. Infatti passò una guardia, vide i vestiti e dette l’allarme. Immediatamente piombarono sopra di me. L’interrogatorio incominciò subito. Non volevano credere che avessi scavato il muro con un cucchiaio e basta. Mi torturarono per sapere come avessi fatto. Oh, non puoi immaginare quanto mi torturarono! Dopo le torture mi riportarono nella cella e mi tolsero perfino la branda. Tornai a dormire per terra, su una coperta e basta, e ammanettato. Due giorni dopo riapparve Theofiloyannakos: «Come hai fatto?». «Con un cucchiaio, lo sai.» «Non è possibile, non è vero!». «E a me cosa importa se ci credi o no, Theofiloyannakos?» E fu l’inizio di altri pugni, di altre pedate. Poi, quindici giorni dopo, venne anche un generale: Fedon Ghizikis. Tutto gentile, educato. «Non puoi lamentarti, Alekos, se ti tengono ammanettato. Dopotutto hai fatto un buco nel muro con un cucchiaio!» Ed io: «Non crederai mica a quegli imbecilli? Non prenderai mica sul serio la storia del cucchiaio? E che? Un muro è forse un crème-caramel?». Ci rimase male. E, per quel dispetto, dovetti ricorrere a un altro sciopero della fame. Non volevano restituirmi la branda, né togliermi le manette. Me le tolsero, infine, e mi restituiron la branda dopo quarantasette giorni trascorsi a nutrirmi esclusivamente con qualche goccia di caffè. Ci scrissi anche una poesia.

Quale?
Quella che si intitola Voglio. «Voglio pregare / con la stessa forza con cui voglio bestemmiare / Voglio punire / con la stessa forza con cui voglio perdonare / Voglio dare / con la stessa forza con cui lo volevo all’inizio / Voglio vincere / dato che non posso essere vinto.» Ma ora ti racconto un altro tentativo. Quello che feci alla fine del febbraio 1970. In gennaio mi avevano trasferito al Centro addestramento della polizia militare a Gudì e tra le guardie c’era un amico. Pianificai subito una nuova fuga. La mia cella era chiusa da due lucchetti. Chiesi al mio amico di comprare al mercato quanti lucchetti potesse, simili a quei due. Insieme ai lucchetti, le chiavi. Me ne portò un centinaio. Una ad una le provammo, ed una era quella che cercavamo. Ma apriva solo un lucchetto, evidente. Bisognava dunque trovare anche la seconda. Gli dissi di tornare al mercato e comprare altri lucchetti. Lo fece e, due giorni dopo, il 16 febbraio, era lui la mia guardia: dalle otto alle undici la mattina, dalle dieci a mezzanotte la sera. Il mattino lo impiegammo a provare i nuovi lucchetti e così trovammo la chiave che apriva il secondo lucchetto. Divenni pazzo di gioia: sarei scappato, quella notte. Anzi, saremmo scappati. Lui non poteva certo restarsene lì dopo la mia fuga. Tutto era pronto. Un fallimento sembrava impossibile. E invece... Invece due ore dopo, verso le undici del mattino, mi vennero a prendere e mi riportarono nuovamente a Boiati. Dove mi avevano costruito una cella speciale. In cemento armato. Il trasferimento a Gudì, ora lo capivo, era avvenuto solo per costruirmi una nuova cella. Una cella sicura, in cemento armato.

La cella in cui eri fino all’altro giorno?
Sì. E mi ci chiusero dentro. Da questa nuova cella tentai di fuggire, la prima volta, il 2 giugno del 1971. Allora mi trasferirono di nuovo al Centro della polizia militare, ma anche qui tentai la fuga: il 30 agosto. Fu la fuga che ebbe più pubblicità perché v’era coinvolta Lady Fleming e ne seguì quel processo. Vedi, il segreto è non rassegnarsi, non sentirsi mai una vittima, non comportarsi mai come una vittima. Io non ho mai fatto la vittima: neanche quando mi consumavo con gli scioperi della fame. Ho sempre escogitato nuove soluzioni per scappare, e mi son sempre mostrato di buon umore o aggressivo. Anche se crepavo di tristezza. La tristezza... La solitudine... Quella l’ho raccontata anche nel libro di poesie che ha vinto il Premio Viareggio. Guarda: la solitudine la si vince con la fantasia. Quante vite ho partorito nella mia mente cercando di vincere la solitudine. E quanto intensamente ho vissuto ogni vita attraverso la fantasia.

Alekos, una volta sei riuscito a scappare, però.
Sì, con Giorgio Morakis che per colpa mia è stato condannato a sedici anni di prigione e non beneficia nemmeno di questa amnistia perché lo considerano un disertore. Era un giovane sottufficiale, Giorgio Morakis, e offrì spontaneamente il suo aiuto. Oh, fu così divertente la mia fuga con Morakis. Io ero vestito da caporale e avevo in mano il mazzo delle chiavi di tutte le celle. Quando raggiungemmo l’ultima porta, gettai le chiavi al soldatino di guardia e: «Apri la porta, marmittone». Il soldatino non mi riconobbe. Scattò sull’attenti, ci aprì la porta, e io ingiunsi perfino di non far chiasso coi chi-va-là se fossimo tornati indietro. Capisci, c’era sempre la possibilità di non farcela e di dover rientrare alla chetichella in galera se non fossimo riusciti a saltare il muro di cinta. L’ultima porta immetteva al campo militare vero e proprio: per uscire di lì non c’era che saltare il muro di cinta. Anche se il muro era molto alto e sormontato da filo spinato. Mi piegai, Morakis salì sulle mie spalle e saltò il muro. Poi io mi agguantai alle braccia tese di Morakis e via. A spasso per Atene. Peccato che ci abbiano preso, quattro giorni dopo. Mi arrestarono in casa di un traditore, Takis Patitsas. Aveva rapporti con Resistenza Greca, questo Patitsas, fin dal 1967. Lavorava in un’agenzia viaggi e ci aveva fornito un certo numero di passaporti rubati. Anche per sapere di lui mi avevano torturato durante l’interrogatorio e naturalmente non avevo parlato. Infatti Patitsas non era mai stato arrestato. Dopo la fuga andai a casa sua pieno di fiducia. Contavo di restarvi solo qualche giorno. Il tempo di avere informazioni e contatti coi compagni del mio gruppo Resistenza Greca. Mi ricevette con baci ed abbracci ma il giorno dopo lasciò la casa in cui mi ospitava e riapparve solo dopo quarantotto ore. Parlammo, mangiammo insieme, e il mattino seguente uscì dicendo che andava a lavorare. Invece non andò a lavorare. Andò alla gendarmeria e consegnò le chiavi. Ci presero così: aprendo la porta con le chiavi di Patitsas. Come compenso si prese la taglia di cinquecentomila dracme. Circa dieci milioni di lire. Parliamo d’altro per cortesia.

Sì, parliamo d’altro. Parliamo di Papadopulos.
Senti, io non posso prendere sul serio questo Papadopulos. È un tipo che puoi capire soltanto se analizzi la sua storia. Una storia che dimostra subito quanto sia disonesto, mentalmente malato, bugiardo. Per sei anni ha detto solo bugie e quante volte, per vomitare il mio disgusto, io gliel’ho scritto! Sai, quelle lettere che davo al direttore della prigione. In ciascuna lo definivo comico, pagliaccio, ridicolo, buffone, criminale e mentalmente malato. Non credere che stia esagerando o che mi faccia prendere dall’ira. Tutte queste cose risultano abbondantemente dalla sua biografia. È lui il capitano che partecipò al colpo di Stato, peraltro fallito, del 1951: coi brigantini Cristeas e Tabularis. È lui che, come tenente colonnello, fu segretario della commissione che preparò il famoso Piano Pericle con cui tentarono di falsificare i risultati delle elezioni del 1961. Quando il governo democratico ordinò un’interrogazione sul Piano Pericle, quel cretino rispose di non conoscere la sintassi greca e quindi non poter essere il responsabile. Troverai questa notizia sui documenti ufficiali, peraltro pubblicati su tutti i giornali greci di quel tempo. È lui che all’inizio del 1965 compì un sabotaggio nel suo reparto e poi torturò personalmente alcuni dei suoi soldati affinché confessassero che si trattava di un sabotaggio comunista. Era a capo dell’Ufficio propaganda e guerra psicologica e chiunque sa che ordinò lui l’assassinio di Policarpos Gheorgatzis. Chiunque sa che fu lui a voler l’episodio con cui tentarono di assassinarmi in prigione. Che sia un uomo ridicolo, del resto, lo si può giudicare anche dal fatto che abbia esteso l’amnistia ai torturatori. Questo non è forse ammettere che la tortura esisteva? E non equivale forse ad incoraggiare altre torture?

Sì, ma non gli impedisce di stare al potere e restarci.
Senti, se mi rispondi che tutto ciò non esclude la sua capacità di restare al potere, io replico con un’osservazione. Quando ero a Roma vidi un film con Mussolini che parlava alla folla da Palazzo Venezia. E, sbalordito, mi chiesi come avessero fatto gli italiani a dar credito per tanti anni a un uomo così ridicolo che parlava in modo così ridicolo. Eppure Mussolini era un dittatore potente e a suo modo capace. Rubare il potere e tenerlo impedisce forse d’esser ridicoli? La differenza tra Papadopulos e Mussolini è che, bene o male, una base popolare Mussolini l’aveva. Papadopulos invece non ha neanche quella. Il suo potere si basa sulla Giunta e basta, cioè su dieci ufficiali che controllano l’intero esercito. È il piccolo leader di una piccola cricca. Inoltre è in malafede. Non si presenta come Franco il quale dice: «Il padrone sono io. Punto e basta». Si presenta parlando di rivoluzione e poi addirittura di democrazia. Democrazia! Ma che cavolo di democrazia è una democrazia dove uno affronta le elezioni da solo, senza avere neanche il pudore di inventarsi un avversario e un’opposizione? Dite: ma tu sei fuori per l’amnistia di Papadopulos. Ma non lo capite che si tratta di un imbroglio, di una beffa? Non lo capite che dietro questo suo provvedimento si nasconde uno stratagemma per allungare la tirannide?

Di Costantino cosa pensi, Alekos?
Sono sempre stato un repubblicano, naturalmente, e non sarò certo io a sentirmi addolorato per Costantino. Oltretutto, Costantino creò le condizioni per esser cacciato dal paese quando forzò Papandreu a dimettersi, nel luglio del 1965. Non mi interessa sottolineare se Costantino mi piace o no. Mi interessa sapere se Costantino è utile nella lotta contro la Giunta. Forse sì. Perché Costantino, forse, ha ancora influenza in alcune sezioni dell’esercito: tra gli ufficiali soprattutto. Forse, oggi come oggi, non lo possiamo ignorare. E non possiamo porre il suo problema, attualmente. È ormai un nemico della Giunta. E non ha ormai altra scelta che quella di restare un nemico della Giunta.

Alekos, ma tu credi che Papadopulos vi abbia messo fuori per rovesciarlo?
No davvero. Ma lui crede che non si sia in grado di rovesciarlo. E questo è il suo errore perché la resistenza in Grecia è una realtà. La gente vi partecipa, sia pure in modo passivo per ora. Vi partecipa, ad esempio, rifiutando la dittatura all’unanimità. L’impegno assunto dall’intero mondo politico greco è quello di seguire la volontà popolare. E tale impegno si manifesta non aiutando Papadopulos a legalizzare il suo regime. Io sono certo che nessun uomo politico rispettabile, in Grecia, parteciperà alla mascherata delle elezioni. Devi capire che possiamo rovesciarlo. Papadopulos non è uscito da una guerra civile come Franco: è uscito da un colpo di Stato. Quando Franco andò al potere, i suoi oppositori erano decimati. Sconfitti. Gli ultimi democratici lasciarono la Spagna come El Campesino. Qui è diverso. Qui nessuno è stato sconfitto. Nessuno è stato decimato. E, perché la dittatura finisca, basta che il popolo greco non si addormenti come si addormentò il popolo italiano. Il popolo tende sempre a dormire, rassegnarsi, accettare. Però basta poco a svegliarlo. Mah! Forse manco di realismo, di informazioni, e anche di logica. Ma se si parla di logica, rispondo: quando mai la logica ha fatto la storia? Se la logica facesse la storia, gli italiani non si sarebbero lasciati affascinare da Mussolini e Hitler non sarebbe esistito e Papadopulos non sarebbe andato al potere. Controllava solo alcune unità in tutta l’Attica, e alcune unità in Macedonia. E quando si parla di politica...

Ma la tua ideologia politica, Alekos, qual è ?
Non sono comunista, se è questo che vuoi sapere. Non potrei mai esserlo, visto che rifiuto i dogmi. Ovunque c’è dogma non c’è libertà, dunque i dogmi a me non stanno mai bene. Sia i dogmi religiosi che quelli politico-sociali. Chiarito questo, mi è difficile mettere un distintivo e dire che appartengo a quella o a quell’altra ideologia. Posso dirti soltanto che sono un socialista: nella nostra epoca è normale, direi inevitabile, essere socialisti. Però quando parlo di socialismo, parlo di un socialismo applicato in regime di totale libertà. La giustizia sociale non può esistere se non esiste la libertà. I due concetti per me sono legati. Ed è questa la politica che mi piacerebbe fare se in Grecia avessimo la democrazia. È questa la politica che m’ha sempre sedotto. Oh, se appartenessi a un paese democratico, credo proprio che mi darei alla politica. Perché quella che fo ora o che ho fatto finora non è politica: è solo un flirt con la politica. E a me piace flirtare, sì, però l’amore mi piace molto di più. In democrazia far della politica diventa bello come far l’amore con amore. Ed è questo il mio guaio. Vedi, vi sono uomini capaci di far della politica solo in tempo di guerra, cioè in circostanze drammatiche, e vi sono uomini capaci di far della politica solo in tempo di pace, cioè in circostanze normali. Paradossalmente, io appartengo ai secondi. Tutto sommato, tra Garibaldi e Cavor preferisco Cavour. Però devi capire che dal momento in cui la Giunta ha preso il potere né io né i miei compagni abbiamo fatto della politica. Né la faremo fino al momento in cui la Giunta sarà rovesciata. Non dobbiamo fare politica, non possiamo fare politica ammenoché non si abbia una forza operante. E questa forza operante è la resistenza, cioè la lotta.

Alekos, tu dici che paradossalmente appartieni ai cavouriani. Davvero paradossalmente, visto che come personaggio politico sei diventato famoso attraverso un attentato alquanto garibaldino. Alekos, ti capita mai di maledire il giorno in cui facesti quell’attentato?
Mai. E per le stesse ragioni per cui non mi capita mai di sentirmi pentito. Guarda, mi sarebbe bastato dire al processo che ero pentito e quelli non mi avrebbero condannato a morte. Non lo dissi invece, come non lo dico ora, perché non ho mai cambiato idea. E penso che non la cambierò neanche in futuro. Papadopulos è colpevole di alto tradimento e di molti altri crimini che nel mio paese vengono puniti con la pena di morte. Non ho agito da fanatico pazzo e non sono un fanatico pazzo. Sia io che i miei compagni abbiamo agito come strumenti della giustizia. Quando a un popolo viene imposta la tirannia, il dovere di ogni cittadino è uccidere il tiranno. Non bisogna pentirsi e la nostra lotta continuerà fino a quando la giustizia e la libertà saranno ristabilite in Grecia. Ho, anzi, abbiamo imboccato una strada da cui non si torna indietro.

Lo so. Parlami dell’attentato, Alekos.
Era un attentato preparato bene, fino ai minimi particolari. Avevo previsto tutto. Dovevo aprire il contatto elettrico delle due mine da una distanza di duecento metri circa. Le due mine erano piazzate bene. Le avevo fabbricate io. Erano due buone mine. Ciascuna conteneva cinque chili di TNT e un chilo e mezzo di altro materiale esplosivo, il C3. Le avevo messe a una profondità di un metro ai due lati del piccolo ponte che l’automobile di Papadopulos avrebbe attraversato percorrendo la strada che costeggia il mare da Sunio ad Atene. L’esplosione doveva espandersi per una larghezza di quarantacinque gradi e aprire una voragine circolare di circa due metri di diametro. Una sola esplosione sarebbe bastata, l’esplosione di una sola mina per colpire il bersaglio, purché l’automobile fosse passata nel momento giusto. Ma, per errore del compagno che l’aveva messa nel portabagagli dell’automobile, la miccia risultò annodata e arruffata a tal punto che ne potei recuperare soltanto una quarantina di metri. Il fatto è che non era possibile aprire il contatto a quella distanza: perché non avrei avuto alcun posto dove nascondermi. L’unico posto dove potevo nascondermi era tra otto e dieci metri dal ponte. Dovevo tentare ugualmente. Compresi immediatamente i difetti e i pericoli di una tale posizione. Il più grave era che non potevo vedere bene la strada. Avevo fatto molte prove, prima dell’attentato, e avevo scelto la posizione a duecento metri perché avevo notato che, quando l’automobile era tra me e il ponte, io la vedevo seminascosta da un cartello stradale. In quel momento avrei aperto il contatto. Invece dalla nuova posizione non avevo una buona panoramica della strada, quindi non potevo scorgere l’automobile nel momento in cui avrei dovuto accendere la miccia. L’altro difetto di questa posizione era che scappare di lì sarebbe stato quasi impossibile. Lungo la strada, ogni cinquanta o cento metri c’era un gendarme. E, più distante, molte macchine della polizia. Una, poi, a non più di dieci metri.

Quindi avresti dovuto saltare in mare di lì?
Esatto. E il motoscafo veloce mi aspettava, nascosto, a ben trecento metri. Capii subito che scappare era non quasi-impossibile ma impossibile. Decisi di agire ugualmente. Aprii il contatto e subito saltai in acqua. Nuotai sott’acqua per venti o trenta metri. Poi uscii fuori per respirare. Realizzai subito che non mi avevano visto gettarmi in mare. I poliziotti stavano correndo da tutte le parti verso il punto dell’esplosione. Nuotai ancora un po’ e poi uscii dall’acqua per raggiungere il motoscafo attraverso le rocce e quindi più velocemente. Correvo curvo, a testa bassa. E d’un tratto vidi il motoscafo allontanarsi. Il piano prevedeva che esso mi aspettasse cinque minuti, non più. Non mi disperai, tuttavia. Il piano aveva un’alternativa: se il motoscafo non avesse potuto venire oppure se avesse dovuto partire prima di raccogliermi, io mi sarei nascosto in una roccia fino a notte inoltrata. V’erano molte automobili che mi avrebbero aspettato in luoghi diversi, e, uscito dal mio rifugio, nel buio, avrei raggiunto una delle automobili. Certo sarebbe stato scomodo perché addosso avrei avuto solo le mutandine da bagno ma questo non costituiva un problema eccessivo. Così mi nascosi dentro una piccola caverna e ci rimasi due ore. Due ore durante le quali la polizia costiera e quella militare mi cercarono senza sosta. E fu durante quelle due ore che diventai ottimista: non mi avevano trovato fino a quel momento, dunque non mi avrebbero trovato più. Poi accadde quello che dovrei definire fatalità. Proprio sopra la caverna dov’ero nascosto, stava un ufficiale della gendarmeria. Udii che diceva: «Non è qui, diamo un’occhiata dietro quella macchia e poi cerchiamolo dall’altra parte». Ma, mentre stava dirigendosi dall’altra parte, cadde all’indietro e... mi cadde proprio davanti. Mi vide subito. In una frazione di secondo furono tutti sopra di me. A colpirmi, a chiedermi: «Chi sei? Dove sono gli altri? Chi è scappato col motoscafo? Parla, parla!». E giù botte... giù botte... Finsi d’essere muto e non risposi a nessuna delle domande. Allora mi portarono su e mi spinsero dentro un’automobile e...

Non continuare, se non vuoi. Basta così.
Perché? Nell’automobile, stavo per dire, c’era il ministro della Sicurezza pubblica, generale Zevelekos, e il colonnello Ladas. Un poliziotto che mi conosceva da tempo esclamò: «È Panagulis!». Così gli ufficiali credettero che fossi mio fratello Giorgio. Il capitano Giorgio Panagulis che cercavano dall’agosto del 1967. Si misero a gridare: «Ti abbiamo preso, capitano! Ora ti leveremo la pelle!». Avrebbero avuto bisogno di altre trenta ore per comprender l’equivoco. Durante quelle trenta ore applicarono su di me tutti i metodi dell’interrogatorio più brutale, più infame. Mi dicevano: «Abbiamo arrestato Alessandro, a Salonicco! E Alessandro soffre ancora più di te in questo momento!». Mi chiedevano anche di ufficiali che, naturalmente, non conoscevo. Mi chiedevano ad esempio del generale Anghelis che era a quel tempo comandante in capo delle Forze armate. Volevano sapere se egli fosse coinvolto nell’attentato e mi torturavano per saperlo. Eran travolti dal panico e mi facevano cose tremende ma mi interrogavano tutt’altro che sistematicamente: con isteria. Quando finalmente compresero che non ero Giorgio ma Alessandro, si inferocirono a un punto tale che raddoppiarono le sevizie.

Non pensarci più, Alekos. Forse è atroce dirlo, è andata come doveva andare. Perché oggi sei un simbolo cui perfino i nemici guardano con ammirazione e rispetto.
Mi sembri quelli che dicono: «Alekos, sei un eroe!». Non sono un eroe e non mi sento un eroe. Non sono un simbolo e non mi sento un simbolo. Non sono un leader e non voglio essere un leader. E questa popolarità mi imbarazza. Mi disturba. Te l’ho già detto: non sono l’unico greco che ha sofferto in prigione. Io, ti giuro, questa popolarità riesco a tollerarla solo quando penso che serve quanto sarebbe servita la mia condanna a morte. E allora la giudico con lo stesso distacco con cui accettai la mia condanna a morte. Però, anche messa così, è una popolarità molto scomoda. E antipatica. Io, quando mi chiedete «cosa-farai- Alekos», io mi sento svenire. Cosa devo fare per non deludervi? Ho tanta paura di deludere voi che vedete tante cose in me! Oh, se riusciste a non vedermi come un eroe! Se riusciste a vedere solo un uomo in me!

Alekos, cosa significa essere un uomo?
Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata Se. E per te cos’è un uomo?

Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos.


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